La missione impossibile delle donne

Stamattina, dopo il caffè, leggo il giornale online.

Ecco qua, come dire: ce la possiamo fare? No. Che tristezza!

La missione impossibile delle donne “Vera parità nel lavoro solo nel 2601” – Repubblica.it.

Blackbird, se il teatro indaga nella mente (spoiler)

Non mi era mai capitato di avere a che fare con un testo così pulito su un tema così doloroso. Non c’è niente di più doloroso della violenza sui bambini, che mette in luce tutta la loro fragilità, impotenza, dipendenza. Pochi altri temi fanno sentire così forte non solo il dolore ma anche il senso dell’ingiustizia. Per questo è difficile parlarne.

“Blackbird” è un testo di cui avevo sentito parlare, ma non l’avevo letto né visto in scena. E’ perfetto. Obiettivo, ricco, pieno di sfaccettature, con una perfetta scenografia coinvolgente. Ti senti parte della storia raccontata dai due personaggi in scena dall’inizio alla fine. Perchè il racconto è reale, sincero, vero, privo di ipocrisie. Lei, una giovane donna, affronta l’uomo che quando era dodicenne (15 anni prima) aveva abusato di lei, per tre mesi. Poi lui era stato processato e condannato a sei anni di carcere. Nell’incontro dei due c’è tutto. Non ci sono la vittima e il carnefice, per lo meno non solo. C’è tutto il percorso dei due, a ritroso. Ci sono due vite, senza giudizio. Pur sempre due vite.

E il racconto viene fatto emotivamente a ritroso, dal distacco e dalla condanna dell’oggi, dalla rabbia e dall’odio elaborato, frutto degli anni e dei lavori dei terapeuti, si passa al racconto di ciò fu subito “dopo” e si arriva senza soluzione di continuità ma con una grandissima sofferenza a parlare di “amore”, per entrambi, fin quasi a ritrovarlo, quell'”amore”. Che in realtà era malattia, ma tanto bene è raccontato che quasi non lo sembra… Quasi, però. Perché per esempio la bambina che era, donna di oggi, da lì non si è più staccata realmente, una vita non riesce a ricostruirsela e l’abbandono di allora ancora ferisce. Perché l’uomo, in fondo, l’orrore compiuto non lo ha mai capito e oggi pensa alla sua vita ricostruita, ai suoi diritti, a ciò che “dopo” è riuscito a ricreare.

A far tornare “l’amore” (tra virgolette) nei ranghi della malattia ci pensa il breve ingresso in scena di una bambina, che gioca ride salta e scherza come una bambina fa. E come un’altra bambina non ha potuto più fare. Mai più.

Basta vederla, una bambina, per avere ben presente, come un pugno nello stomaco che poi non passa, di cosa stiamo parlando.

p.s. Blackbird di David Harrower è al Piccolo Teatro Studio di Milano, con Massimo Popolizio e Anna Della Rosa. La regia, perfetta, è di Lluís Pasqual.

Tutto cambia, se si cambia

Ormai siamo quasi a un anno e mezzo.

Un anno e mezzo di part time, contro 10 anni di full time (very very full).

Stamattina ci pensavo. E pensavo che indietro io non ci posso tornare. Non più. Troppo è cambiato in questo anno e mezzo. Non tanto nella riconquista del tempo vuoto (che per me, iperattiva e ipercinetica va sempre curato, cercato e coltivato). Ma perché la mia vita è tutta un’altra, oggi. Che se ci penso che è passato solo un anno e mezzo mi sembrano dieci, che se ci penso proprio non mi pare vero.

Che sto studiando all’università, come pensavo che non avrei mai potuto fare, che sto finendo il master in counselling, che ho anche iniziato a fare quello che veramente ho capito che mi piace fare… e ho deciso che vita voglio avere, ho capito che posso rischiare, per cercare la mia strada.Me lo ripeto, perché mica era scontato: oggi io so cosa mi piace e ho anche la possibilità di farlo. Me la sto dando, questa possibilità. Me la merito. Come tutti!!!

E questo, perché ho scelto di darmi tempo, di lavorare meno, di guadagnare meno, di fare altro, di capire cosa voglio e cosa è meglio per me, di essere una cosa strana nel mio ambiente di lavoro. Di lottare, anche, a volte.

Insomma, io il very very full proprio non lo rifarei. Mi fa paura, chiude la mente, mi trascina giù, sbarra le porte. Io ora le ho aperte e non le chiudo più 🙂

p.s. …e come dice il mio illuminato collega quando arriva lo stipendio: “Vedi, col tuo part time tu puoi deprimerti solo il giorno in cui ci pagano, perché guadagni poco. Io, però, mi deprimo tutti gli altri 30 giorni del mese, a star chiuso qua”. E’ il mio mito!!!!!

La ricerca della semplicità

Che inizio d’anno zoppicante! Accelero e rallento bruscamente, faccio troppo o faccio niente, non so bene da che parte girarmi. Allora, quando è così, faccio una cosa. La faccio semplice. E quindi inizio a semplificare.

Sull’onda dell’articolo che ho postato qualche giorno fa su twitter (http://bit.ly/eExxBB) ho iniziato a semplificare dalle cose facili, così:

– ho portato al mercatino dell’usato decine di libri (doppioni, non letti, non voluti) scoprendo che c’è chi li vuole e che la mia libreria ha ancora spazio, non devo comprarne una nuova!

– ho scoperto che metto sempre lo stesso paio di scarpe (comode per camminare). Ne ho una versione estiva (sandali francescani di nota marca tedesca che il mio vicino di scrivania guarda sempre con disprezzo e definisce “antistupro”) e una invernale (tipo anfibi da motociclista, ne ho tre paia tutti uguali e tutti che imbarcano acqua quando piove). Nonostante ciò non riesco a buttare le scarpe comprate e messe una volta che tanto mi piacciono e che, soprattutto, sono da “donna”. Ma ce la farò.

– ho scoperto di possedere una quantità di oggetti di nessuna utilità pratica, di nessun fascino estetico, di nessun valore affettivo. Fanno bella mostra di sé sempre al mercatino dell’usato. Qualcuno li apprezzerà più di me.

– ho scoperto che al mercatino dell’usato si fanno ottimi affari: servizio di bicchieri da vino praticamente nuovo e bellissimo a 8 euro. Sono fiera di me e dei miei risparmi.

– ho scoperto di avere una compulsione per le borse. Devo arrivare ad averne due, una estiva e una invernale. Bastano e avanzano!

– ho scoperto di non potermi permettere l’iscrizione ai siti di vendite online. Sono compulsiva, di natura.E appena vedo un’offerta penso che se compro, risparmio. Quindi compro, spendendo comunque di più, perché senza offerta non avrei comprato affatto. Quindi mi sono cancellata da tutte le mailing list e vivo serena, senza bisogni indotti!

– ho scoperto (su uno di questi siti di svendite online) che esistono creme antirughe da 696 euro (scontate, a prezzo pieno sono 870 il barattolino da 50 ml) e che mi tengo le rughette, grazie!

– ho scoperto che ricevevo circa 300 mail al giorno per lavoro, quasi tutte inutili e che cancellandomi da questa mailing list mi sento meglio.

– ho scoperto che la risorsa per me più preziosa è il tempoche riesco a mantenere vuoto, dentro di me. Semplice, no?

Se il problema è essere donna

Un ministro pone un tema politico all’interno del Governo e non si riconosce nel partito di appartenenza. Che succede?

Il presidente del Consiglio, interpellato, risponde: “Non sono pentito di avere puntato su donne al Governo”. Ecco. Il problema, quindi, riguarda il fatto che il ministro in questione è donna. Non il merito delle questioni proposte. “C’è chi critica – va ancora avanti – il fatto che si siano attribuite a delle donne tali possibilità e responsabilità” (giuro, lo ha detto! Donne ministro? Pazzesco!), ma lui no, grande difensore delle donne in politica, queste critiche non le accetta. Sapete perché? “Perché le donne ci credono fino in fondo. Non c’è professionalità politica (…), ma tanta dedizione al lavoro, passione, sensibilità ma poi serve anche il compromesso politico”. Poi, sai che c’è, “le donne portano nella politica quella attitudine che è loro propria, l’istinto di andare dritto alla soluzione, senza marchingegni di ragionamento”.

Certo. Istinto, non ragione. Tipico delle donne. E degli animali.

 

Pensieri e parole

Non ho scritto per molto tempo, solo saltuariamente.

Un po’ perché per me è tempo di bilanci, di cambiamenti, di progetti.  Di pensieri, più che di parole. L’esperienza di quest’anno di part time si sta per concludere, il mio contratto prevede che il part time si possa chiedere per un anno e, di anno in anno, sia eventualmente rinnovabile.

Questi ultimi mesi dell’anno sono pieni di riflessioni. Ho riletto anche i primi post di questo blog, per ricordarmi com’era, all’inizio. Mi sembra una vita fa anche perché la verità è che la mia vita, ora, è con un lavoro part time e mille cose di me. Il tempo che ho deciso di concedermi, lavorando di meno, mi è servito come poche altre cose. A gestire situazioni, a capire cosa voglio, a scegliere una strada, a prendermi cura di me e dei miei bisogni. Anche a scegliere di voler vivere con mio mari e, per questo, andare a Milano, tornare a Milano. In un modo nuovo, per una vita ancora nuova.

In questi ultimi due mesi non ho scritto, e mi è mancato. Perché anche questo è uno spazio per me, un altro dei regali del part time. Che, comunque, avrò anche il prossimo anno.

Festival della Luce di Milano: "Butterfly" di Chiara Lampugnani (via Paolo Sarpi, via Canonica) da http://www.corriere.it

Sarà la facoltà?

Metti che uno decide di fare l’università anche se è già laureato e lavora, metti che uno studia a spizzichi e bocconi quando capita, metti che ogni contatto con l’università ti mette di fronte ad una giungla di ventenni e ti ricorda che da quando ci andavi tu ne sono passati quasi altrettanti…

Metti che poi, nonostante il periodo infernale, decidi di dare un esame. Poi la metro non passa, l’autobus incappa in una manifestazione, tu arrivi giusto in tempo, corri verso la facoltà e ti rendi conto che non hai preso nota dell’aula. Chiederò, pensi. Allora arrivi, correndo, provi nell’aula dove ci sono in genere gli esami ma niente. Oggi, proprio oggi, c’è l’esame di stato. Corri, ancora, per le scale e chiedi all’usciere. Ti guarda come se gli avessi chiesto di enunciare il teorema di Euclide al contrario. “Vada lì, in quella stanza col citofono, magari lo sanno”. Magari. Arrivi alla stanza con citofono, suoni e affannata chiedi: “Mi scusi, mi sa dire dov’é l’aula dell’esame di psicobiologia?”. “Cheeeee? Psicologia?” mh no, quella è la facoltà, dico “L’esame di P-S-I-C-O-B-I-O-L-O-G-I-A”…. “Aaaaaaah, no guardi deve guardare sul sito”. “SUL SITO?? MA IO SONO QUI!!! MAGARI E’ AL PIANO DI SOPRA E DOVE VUOLE CHE LO GUARDI???” “Eh sul sito…”. Certo, torno a casa, vado su Internet e poi torno, con calma, a fare l’esame (perché col BlackBerry il sito non si apre, ovviamente).

Comunque, alla fine, non so come, scopro qual è l’aula. Ma sono tutti fuori, aspettano. Perché dentro c’è una ex professoressa, unpo’ matta, che va in giro dando lezioni d corsi fantasma a chi capita, tutti lo sanno… “Ditele sempre di sì”, dice compassionevole un tutor.

Ma dite che è perché mi sono iscritta a psicologia o è così ovunque?