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Se il problema è essere donna

Un ministro pone un tema politico all’interno del Governo e non si riconosce nel partito di appartenenza. Che succede?

Il presidente del Consiglio, interpellato, risponde: “Non sono pentito di avere puntato su donne al Governo”. Ecco. Il problema, quindi, riguarda il fatto che il ministro in questione è donna. Non il merito delle questioni proposte. “C’è chi critica – va ancora avanti – il fatto che si siano attribuite a delle donne tali possibilità e responsabilità” (giuro, lo ha detto! Donne ministro? Pazzesco!), ma lui no, grande difensore delle donne in politica, queste critiche non le accetta. Sapete perché? “Perché le donne ci credono fino in fondo. Non c’è professionalità politica (…), ma tanta dedizione al lavoro, passione, sensibilità ma poi serve anche il compromesso politico”. Poi, sai che c’è, “le donne portano nella politica quella attitudine che è loro propria, l’istinto di andare dritto alla soluzione, senza marchingegni di ragionamento”.

Certo. Istinto, non ragione. Tipico delle donne. E degli animali.

 

Chi è che decide?

Avere a che fare con un’azienda può essere un’esperienza estraniante.

L’azienda è un’entità astratta, quindi devi decidere come prenderla. La definizione di Wikipedia, tratta dall’economia aziendale, è: “un’organizzazione di uomini e mezzi finalizzata alla soddisfazione di bisogni umani attraverso la produzione, la distribuzione o il consumo di beni economici”.  Quindi, pensi, si tratta di un’entità fatta di uomini, oltre che di mezzi. Allora è agli uomini che fai riferimento e pensi che quella sia la tua controparte. Di fatto a prendere delle decisioni, a dare delle direttive, sono gli uomini, non l’astratta azienda, che senza uomini non esiste. Allora, pensi, il benessere degli uomini che fanno parte dell’azienda è parte di questa organizzazione. Ovviamente, un benessere che deve coincidere o comunque non ostacolare il buon funzionamento della stessa organizzazione. Parliamo di relazioni umane, dunque, che seguono le regole delle relazioni umane.

Questo in teoria. Poi, in pratica, ti trovi davanti a risposte che non capisci e che nessuno ti spiega, a porte chiuse che non ti aspettavi, a logiche che non seguono nè il benessere nè l’utilità collettiva ma, spesso, il potere o il prestigio di singoli. E tu, in quel meccanismo, sei poco più di un numero. Le tue esigenze o problemi, un fastidio. Per l’azienda, ovvio. Perché tra i singoli non ce n’è uno che si prenda la responsabilità delle scelte fatte. Gli uomini non ci sono più. Cè solo L’AZIENDA.

Quelli che non se ne vogliono andare

Vi è mai capitato? Ufficio, verso sera, ora di andare a casa da un pezzo. Ma ci sono quelli che non se ne vogliono andare. Gironzolano apparentemente indaffarati, chiacchierano, fanno una telefonata o due, si mettono al pc a fare qualsiasi cosa o niente. Ma non se ne vogliono andare. Non gli piace stare a casa? Forse, in alcuni casi, ma non in tutti.

E’ un atteggiamento che ho notato in diversi posti di lavoro e ho iniziato a farci caso sempre di più, chiedendo un po’ in giro. Il “prolungatore di orario” è in genere maschio: le donne hanno sempre molto altro da fare oltre al lavoro e di solito fanno più di tre-quattro cose insieme, quindi sono (in media) tagliate fuori da questa tipologia di lavoratore. Ovviamente, parliamo di uffici in cui non si timbra il cartellino: in quei casi ci sono regole precise per esempio sugli straordinari, quindi il discorso non vale.

Ma perchè se uno ha finito di fare ciò che deve, ha terminato (e il più delle volte ampiamente superato) le ore giornaliere previste da contratto dovrebbe restare in ufficio invece di farsi una passeggiata, andare in palestra, andare al cinema, organizzarsi una cena, vedere un amico o anche solo buttarsi sul divano a guardare la tv? Ho provato, discretamente, a buttare lì qualche domanda a conoscenti e amici afflitti dalla sindrome della “colla alla sedia”. Le risposte: “Beh, quando tutti gli altri sono ancora in ufficio non mi piace andare via”; “Non voglio essere il primo ad andar via”; “Non è vero, io ho sempre un mare di cose da fare, non finisco mai”; “Aspetto il mio collega”; “Non voglio che i colleghi/il capo/gli altri pensino che sono uno scansafatiche o che non ho niente da fare qui”…

Sarà la crisi che fa temere per la perdita del posto di lavoro? Sarà la necessità di sentirsi indispensabili? Sarà la competizione?  Chissà. A me tutto ciò un po’ diverte…

Se la crisi non è solo economica

Il costo della crisi non è elevato solo a livello economico ma comporta una serie di preoccupanti conseguenze a livello psicologico. Le ricerche degli ultimi due anni mostrano come, al crescere del numero dei senza lavoro, si registri un aumento dei suicidi e delle diagnosi di depressione, ma anche di casi di ansia, paura del futuro, bassa autostima, vergogna. Perché perdere il lavoro mette gravemente a rischio la propria identità.

Ho provato a fare il punto della situazione, qui: http://bit.ly/ao5gGO

A cosa mi devo abituare

A non essere più la prima della classe.

A non essere lodata, ammirata e premiata.

A non ricevere i complimenti di capi e colleghi.

A non avere una vita lavorativa regolare, ordinata, definita. Certa.

A non avere una “carriera” lineare davanti a me, come pensavo di avere dieci anni fa. Anche se allora era per scelta e non per caso.

Scegliere il part time, inevitabilmente, in un lavoro come il mio, significa fare un passo indietro. Il livello non è più quello di prima. Rimettersi in gioco, provare a realizzare i  miei sogni, rimettersi in discussione ha un prezzo, non solo economico. E ci sono dei giorni in cui questo mi affatica, mi chiedo chi me lo ha fatto fare, mi dico che forse ero più “comoda” prima, a fare quello che facevo. Mi riusciva anche bene, tutto sommato.

Ma anche quando le giornate sono un po’ faticose, in realtà alla fine penso sempre che va bene così, che sono felice di dove sono oggi, anche con un po’ di fatica, che indietro proprio non ci voglio tornare, che non cambierei il mio oggi per nessuno dei miei ieri, che ci sono cose che ho guadagnato che sono impagabili e a cui non voglio più rinunciare  (come  http://bit.ly/b6c6tU). E poi, non dover più sostenere il ruolo di signorina perfettina mi alleggerisce un bel po’!! Era ora!!! Ma, soprattutto, io oggi mi sto dando l’occasione di scegliere, il che mi ripaga ampiamente di qualsiasi (piccola) frustrazione!

Pur di lavorare

Io sono fortunata. Lavorativamente parlando (e non solo), mi sento così.

Resto sul tema lavoro: rispetto alla maggior parte dei miei coetanei non ho mai dovuto lavorare gratis. Magari, in dieci anni, sono stata pagata poco, all’inizio erano solo rimborsi spese, ma gratis mai. E questa è una fortuna. Perché oggi il binomio lavoro-gratis è molto comune, normale, usuale, tremendamente diffuso.

Se uno si ferma a pensarci è un assurdo: il lavoro è un mezzo di sussistenza, prima che un mezzo di realizzazione personale. Nasce quindi come modo per guadagnarsi da vivere, diventa col tempo anche molto altro (in termini di definizione del sé, riconoscimento sociale, eccetera). La sua funzione primaria dovrebbe comunque essere quella di garantire la sopravvivenza. Lavorare gratis è quindi apparentemente un assurdo, un controsenso, una contraddizione in termini.

Eppure la situazione esiste, eccome. E’ la norma, per chi oggi inizia. Si lavora gratis, si lavora sottopagati, si lavora senza prospettive, si lavora soprattutto per passione, pur di lavorare. Il che da un lato è bellissimo (c’è la parte di voglia di realizzazione di sé, la volontà, l’impegno, tutte caratteristiche nobili dell’essere umano) ma dall’altro avalla l’idea che il lavoro non sia un valore che va riconosciuto e in quanto tale retribuito, con la conseguente sparizione del confine tra lavoro (quindi retribuito) e piacere (che puo’ essere gratuito). Perché certo che si lavora per avere il denaro per la sussistenza, ma si lavora anche per piacere. O meglio, se si riesce a fare il lavoro che piace, alla sussistenza si puo’ aggiungere la realizzazione personale: il massimo, l’obiettivo di ognuno di noi! E allora si fanno molti sacrifici per raggiungerlo questo obiettivo, compreso appunto lavorare gratis, magari anche per lunghi periodi.

Mi immagino una miscela lavoro-piacere, che possono mixarsi in quantità diverse. Ad un estremo lavoro e piacere coincidono (anche se non credo si possa parlare di puro piacere se c’è anche una minima parte di dovere o impegno), all’altro sono massimamente distanti. In questa miscela ognuno mette gli ingredienti in diverse quantità a seconda delle proprie aspettative, passioni, obiettivi ma anche a seconda di ciò che la vita presenta, di ciò che banalmente capita e di cio’ che si puo’ permettere.

Mi chiedo però guardando molti miei giovani colleghi che si ritrovano ad avere a che fare con la ricerca di un lavoro oggi: quanto tutto questo si traduce poi nei fatti in mero sfruttamento da parte dell’attuale sistema lavorativo del nostro Paese? Quante volte alle esperienze di “stage gratuito” segue effettivamente la creazione di un posto di lavoro e quante invece allo stagista semplicemente si sostituisce un altro stagista, e poi un altro stagista, così all’infinito? Quante volte la buona volontà del lavoratore nell’essere flessibile e disponibile, nel mettere la passione, l’impegno, i sogni prima di tutto diventano per il datore di lavoro solo una leva di “risparmio”, con poca attenzione per la professionalità e la buona volontà di chi si ha di fronte?

Lavorare, per molti, oggi è un lusso, nonostante ciò che dica la Costituzione italiana. Sempre più si diffonde la mentalità zero diritti-solo doveri anche, inevitabilmente, tra i lavoratori.  Per questo penso che, come al solito, sia molto importante la consapevolezza. In questo caso la consapevolezza di cosa si cerca nel lavoro e dal lavoro (solo sostentamento? realizzazione personale? relazioni? e in che misura?) per capire quali compromessi accettare e quali invece non accettare (in termini economici, per esempio), con l’obiettivo del proprio benessere.

P.S. E, per continuare a riflettere, qui, per esempio, meglio precari, ma con passione:  http://bit.ly/dkYePA

Non è un paese per… giovani mamme

Italia, bella Italia.

Non per i giovani, tantomeno se donne e addirittura madri. Secondo il rapporto sulle madri nel mondo compilato da Save the Children la cosa migliore da fare è diventare madre in Norvegia, la peggiore in Afghanistan. L’Italia? Al 18esimo posto: il rischio è quello della povertà, visto che la crisi eonomica ha fatto precipitare anche quelle situazioni che erano precarie.

Se ci mettiamo che il tasso occupazionale femminile in Italia è di 12 punti più basso del dato medio Ue, che il part-time è sconosciuto e l’iscrizione di un bambino all’asilo nido comunale praticamente un lusso, capiamo che la situazione è quel che è.

Qui un articolo della Stampa http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201005articoli/55305girata.asp

E qui il comunicato stampa di Federcasalinghe sul tema http://tinyurl.com/29al2n5