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La missione impossibile delle donne

Stamattina, dopo il caffè, leggo il giornale online.

Ecco qua, come dire: ce la possiamo fare? No. Che tristezza!

La missione impossibile delle donne “Vera parità nel lavoro solo nel 2601” – Repubblica.it.

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Rosa sciocco

E’ da qualche giorno che volevo commentare l’iniziativa delle nostre ferrovie “a favore delle donne”. Tutto cio’ che riguarda i nostri treni mi vede molto coinvolta, visto quanto tempo passo sulla tratta Roma-Milano ormai da 10 anni (non ho mai avuto il coraggio di fare un calcolo, ma credo che ci avrei comprato casa con i soldi spesi per i viaggi su e giù per l’Italia). Ma questa no: stanno pubblicizzando una promozione che si chiama Frecciarosa: “viaggiano gratis tutte le donne in un gruppo familaire da 3 a 5 persone (con almeno un bambino), a bordo dei treni della lunga e media percorrenza”. Ovvero, il 20% delle donne che viaggia, ovviamente. La gran parte, infatti, viaggia da sola (molto spesso per studio o per lavoro). Ma non basta: “tutti i sabato del mese di ottobre le donne accompagnate da un pagante viaggiano gratis”. Insomma, se viaggi da sola non interessi a nessuno! Ma se dovevano fare una promozione per le donne, non potevano farla un po’ meglio????????? E la chiamano pure “offerta shocking”. Mah.

La felicità è andare al lavoro?

Ho conservato gelosamente questo articolo uscito su Repubblica mentre ero ancora in viaggio e che un’amica mi ha spedito via mail http://bit.ly/d2mnyw. In sostanza, tutto il ragionamento parte da una ricerca pubblicata dall’università di Chicago secondo cui una vita fatta di impegni, lavoro e responsabilità mette il cervello al riparo da depressione, angoscia, rabbia e apatia. Un cervello svuotato sarebbe più facile preda di pensieri negativi.

Quella è una ricerca e io non sono un’esperta. Ma quello che credo, e che comunque emerge anche dall’articolo, è che il punto non è lavorare o meno, ma avere uno scopo. E io non credo proprio che l’unico scopo possibile nella vita di ognuno riguardi il lavoro! Impegni, attività, obiettivi possono anche aver a che fare con altri campi della vita, possono stimolare e permettere di concentrarsi sul presente, sul nostro quotidiano, sulle nostre conquiste. Venire dall’interno, da noi, da quello che scegliamo. Che sia lavoro o no.

Aborti in calo in Italia, ma la metà è tra le lavoratrici

Notizia di ieri: diminuisce il numero degli aborti in Italia, -3,6% nel 2009 rispetto al 2008. Ma le donne che scelgono di farlo sono, in quasi la meta’ dei casi, lavoratrici. Nella relazione sulla legge 194 che ogni anno il ministero della Salute presenta al Parlamento si legge che  quasi la meta’ delle interruzioni volontarie di gravidanza riguarda donne con un lavoro: il 48,6% fra le italiane, il 46,7% fra le straniere. Solo l’11,9% degli aborti fra italiane e il 22% fra straniere e’ di donne disoccupate o in cerca di prima occupazione. Ora, lasciamo da parte posizioni pro o contro, commenti e valutazioni sul merito. Parlo dei dati che, anche senza una laurea in statistica, quanto meno colpiscono. Senza voler arrivare a interpretazioni superficiali che rischiano di essere approssimative (servirebbe per esempio un confronto con le fasce di reddito per capire qualcosa di più dal punto di vista sociale) a me ha colpito il fatto che siano le donne lavoratrici ad avere maggiori problemi nell’ipotesi della nascita di un figlio. E’ normale che chi ha un lavoro ponga il problema più di chi non ce l’ha? Funziona così nel resto del mondo? Come mai non solo le condizioni economiche ad emergere come uno dei fattori determinanti? Cosa c’è dietro?

Mi aspettavo fiumi d’inchiostro e commenti oggi sui giornali: interviste, interventi di sociologi ed esperti che spiegano il perché e il percome, testimonianze di donne.

Sui giornali, solo delle brevi. E al massimo i soliti insulsi commenti pro-contro aborto. Sono perplessa.

Tra crisi, risorse e cambiamenti di vita

In viaggio ho scelto quali vestiti (pochi) e pensieri (pochissimi) portare con me. Li ho scelti con cura. Poi, in viaggio, ho aggiunto sia vestiti (!!!) che pensieri (lievi, devo dire).

Spesso, per vari motivi, mi  sono trovata a riflettere sulla resilienza, sulle reazioni che abbiamo in momenti di crisi, sulla capacità di rendere la crisi un’occasione di trasformazione e crescita. E lo stesso facevano nello stesso momento la fondatrice di uno dei blog più letti e influenti degli Stati Uniti e il guru dello svluppo personale e del coaching. La giornalista Arianna Huffington (www.huffingtonpost.com) e Tony Robbins, che ha fatto da coach a personaggi come Mikhail Gorbachev, Bill Clinton o Donald Trump, hanno lanciato da qualche giorno uno spazio in rete (www.huffingtonpost.com/news/tony-robbins-breakthrough/) in cui parlano proprio di questo. Lui, Robbins, sta facendo una trasmissione su Nbc su persone a cui la vita “ha riservato una brutta mano di carte” (come dicono gli americani) ma che sono riusciti a non restare vittime di questo, rovesciando la situazione, usandola, facendone un punto di forza. Lei, all’anagrafe Arianna Stassinopoulos, ha appena finito di scrivere “Third World America”, in cui parla dei milioni di americani della middle class che a causa della crisi economica si sono improvvisamente ritrovati senza lavoro, senza una casa, senza la possibilità di pagare gli studi dei figli. La soluzione? Non sembra mai arrivare da un intervento governativo a favore del lavoro, per esempio, mai dall’esterno, ma sempre dall’utilizzo delle proprie risorse e delle proprie capacità, magari in una maniera innovativa. Dalla resilienza, appunto, dalla forza interiore.

Gli Stati Uniti sono il paese delle possibilità, delle chances e dell’auto-aiuto. Gli scaffali delle librerie sono incredibilmente pieni di titoli per il self-help e il miglioramento di sé e ho trovato tantissimi testi sulla resilienza. Mi chiedevo, chissà se si può insegnare, chissà se un libro aiuta. Secondo me sì, a qualche livello. Imparare a cambiare il proprio punto di vista è il primo passo e che sia un libro, una persona che già ci è passata, una “coincidenza” che ci capita poco importa. Ma credo proprio che si possa imparare e che, in un momento di crisi globale come questo, sia fondamentale farlo.

Felici al lavoro?

Un modo c’è.

E non ha niente a che fare con cose tipo avere una promozione, vedere il collega antipatico trasferito dall’altra parte del mondo, pensare positivo o cose così. Grazie a un articolo su Forbes (http://bit.ly/bT68Ci) ho scoperto che il professor Srikumar Rao (di cui avevamo parlato qui http://bit.ly/d1t56n) ha scritto anche un libro, dal meraviglioso titolo “Happiness at work”. In sostanza, il lavoro perfetto non esiste. Si tratta di come lo viviamo. E non si tratta di avere una visione positiva su qualcosa che non ci piace, si tratta piuttosto di evitare di giudicare gli eventi come positivi o negativi in assoluto, ma di imparare a considerare che il nostro giudizio è limitato: eventi passati che lì per lì ci sono sembrati disastrosi e possono averci fatto disperare, spesso ci hanno portato inaspettatamente a situazioni positive. Insomma, la nostra ambizione non deve essere ristretta al piccolo, alle quattro mura in cui lavoriamo, ma deve avere un più ampio respiro. In qualche modo, facciamo più grande di un disegno più ampio.

E Rao, ricordiamocelo, parla al super competitivo mondo del lavoro made in Usa.  Solo questione di saggezza orientale? Sarà. Io sottoscrivo.

Se anche il capitalismo diventa zen

Niente, non riesco a trovare il link all’articolo di Repubblica, ma è di Federico Rampini (chi altri? :-)) e si intitola “L’America scopre il capitalismo dal volto zen”. Era ora, dico io! Perché la strada è tornare all’essere umano, ricominciare da lì. E dalla saggezza orientale.

Così negli Stati Uniti, sarà per la crisi, sarà che il modello anni 80-90 scricchiola, gli economisti rivedono le proprie teorie e sottolineano l’importanza del benssere sociale. A partire da Randy Komisar, ex cervellone della Apple che insegna alla Business School di Standford. Komisar spiega ai suoi allievi che nella Silicon Valley domina il “Piano di vita differito”: prima devi diventare ricco, poi passi a fare quello che vuoi veramente, a realizzare la tua personalità più profonda. “La verità – dice – è che pochissimi arrivani alla seconda fase. E anche quei pochi fortunati hanno speso così tanto di sé che non sanno quello che vogliono”. La soluzione? Puntare sulla vita qui e ora, facendo adesso qualcosa di buono per sé, che valga la pena.

Poi c’è l’indiano Srikumar Rao, che tiene alla Columbia Business School un seminario dal titolo “Creatività e padronanza del sé”. Rampini, nell’articolo, cita alcune delle perle tratte dai suoi corsi, come: “Puoi avere un certo livello di controllo sulle tue azioni ma quasi nessun controllo sui loro risultati. Se condizioni la felicità ai risultati ti condanni alla frustrazione”.

Ecco, leggendo mi sono quasi commossa. Abbandonare il controllo ossessivo (o meglio l’illusione del controllo) per concentrarsi su ciò che realmente conta, evitando così la frustrazione che ne deriva e guardando al benessere e alla felicità. Un altro economista citato da Rampini è Robert Skidelsky che sta per pubblicare un saggio dedicato all’economia della vita buona, in cui sostiene che la ricchezza è un mezzo per raggiungere un fine, una vita decente e appagante. E questo obiettivo si perde di vista facilmente nelle società come la nostra, che spingono all’accumulazione senza limiti, assolutamente irrazionale.

Questo articolo (che mi ha illuminato la giornata, che ho evidenziato con giallo brillante e mi accingo ad appendere dietro alla scrivania a beneficio dei colleghi) mi ricorda che ho scelto la strada giusta. Che mi sto prendendo cura della mia vita attuale, di me e del mio benessere. E che, nonostante intorno a me in molti non capiscano, non approvino o magari critichino, non importa. Insomma, io lo so, però ogni tanto qualche segnale di conforto come questo fa bene! Se trovo il link all’articolo lo posto!!