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Pensieri e parole

Non ho scritto per molto tempo, solo saltuariamente.

Un po’ perché per me è tempo di bilanci, di cambiamenti, di progetti.  Di pensieri, più che di parole. L’esperienza di quest’anno di part time si sta per concludere, il mio contratto prevede che il part time si possa chiedere per un anno e, di anno in anno, sia eventualmente rinnovabile.

Questi ultimi mesi dell’anno sono pieni di riflessioni. Ho riletto anche i primi post di questo blog, per ricordarmi com’era, all’inizio. Mi sembra una vita fa anche perché la verità è che la mia vita, ora, è con un lavoro part time e mille cose di me. Il tempo che ho deciso di concedermi, lavorando di meno, mi è servito come poche altre cose. A gestire situazioni, a capire cosa voglio, a scegliere una strada, a prendermi cura di me e dei miei bisogni. Anche a scegliere di voler vivere con mio mari e, per questo, andare a Milano, tornare a Milano. In un modo nuovo, per una vita ancora nuova.

In questi ultimi due mesi non ho scritto, e mi è mancato. Perché anche questo è uno spazio per me, un altro dei regali del part time. Che, comunque, avrò anche il prossimo anno.

Festival della Luce di Milano: "Butterfly" di Chiara Lampugnani (via Paolo Sarpi, via Canonica) da http://www.corriere.it

Rosa sciocco

E’ da qualche giorno che volevo commentare l’iniziativa delle nostre ferrovie “a favore delle donne”. Tutto cio’ che riguarda i nostri treni mi vede molto coinvolta, visto quanto tempo passo sulla tratta Roma-Milano ormai da 10 anni (non ho mai avuto il coraggio di fare un calcolo, ma credo che ci avrei comprato casa con i soldi spesi per i viaggi su e giù per l’Italia). Ma questa no: stanno pubblicizzando una promozione che si chiama Frecciarosa: “viaggiano gratis tutte le donne in un gruppo familaire da 3 a 5 persone (con almeno un bambino), a bordo dei treni della lunga e media percorrenza”. Ovvero, il 20% delle donne che viaggia, ovviamente. La gran parte, infatti, viaggia da sola (molto spesso per studio o per lavoro). Ma non basta: “tutti i sabato del mese di ottobre le donne accompagnate da un pagante viaggiano gratis”. Insomma, se viaggi da sola non interessi a nessuno! Ma se dovevano fare una promozione per le donne, non potevano farla un po’ meglio????????? E la chiamano pure “offerta shocking”. Mah.

Chi è che decide?

Avere a che fare con un’azienda può essere un’esperienza estraniante.

L’azienda è un’entità astratta, quindi devi decidere come prenderla. La definizione di Wikipedia, tratta dall’economia aziendale, è: “un’organizzazione di uomini e mezzi finalizzata alla soddisfazione di bisogni umani attraverso la produzione, la distribuzione o il consumo di beni economici”.  Quindi, pensi, si tratta di un’entità fatta di uomini, oltre che di mezzi. Allora è agli uomini che fai riferimento e pensi che quella sia la tua controparte. Di fatto a prendere delle decisioni, a dare delle direttive, sono gli uomini, non l’astratta azienda, che senza uomini non esiste. Allora, pensi, il benessere degli uomini che fanno parte dell’azienda è parte di questa organizzazione. Ovviamente, un benessere che deve coincidere o comunque non ostacolare il buon funzionamento della stessa organizzazione. Parliamo di relazioni umane, dunque, che seguono le regole delle relazioni umane.

Questo in teoria. Poi, in pratica, ti trovi davanti a risposte che non capisci e che nessuno ti spiega, a porte chiuse che non ti aspettavi, a logiche che non seguono nè il benessere nè l’utilità collettiva ma, spesso, il potere o il prestigio di singoli. E tu, in quel meccanismo, sei poco più di un numero. Le tue esigenze o problemi, un fastidio. Per l’azienda, ovvio. Perché tra i singoli non ce n’è uno che si prenda la responsabilità delle scelte fatte. Gli uomini non ci sono più. Cè solo L’AZIENDA.

Il treno, la mia (terza) casa

“Scusate, faccio come fossi a casa mia!”, ho detto un po’ imbarazzata l’altro giorno ai miei divertiti e incuriositi vicini in treno.

In treno, tratta Roma-Milano, dopo una giornata pesantina in redazione dovevo raggiungere Luca ad una cena di lavoro. Quindi a un quarto d’ora da Milano centrale sfodero dallo zainetto le scarpe col tacco e ficco dentro (un po’  a fatica) i sempiterni anfibi (il signore vicino a me alza il sopracciglio sinistro e sorride); tolgo il maglione e metto l’intramontabile giacca elegante nera (la ragazza di fronte a me da’ una gmoitata al fidanzato, io sorrido); sciarpa di seta a posto di quella di lana. Poi è la volte della mitica trousse da viaggio con tutto (ma tutto) il necessario per il maquillage da sera (mentre mi metto il rossetto rosso il signore mi fa: “Sta bene così, ma andava bene anche prima, eh!!”);  una bella spazzolata ai capelli, spruzzatina di profumo per dare un tocco di classe e via!

Una grande soddisfazione comunque, anche perché in genere quando parto con Luca sono super invisiosa: lui usa uno zainetto tipo quello che uso io per Milano-Roma o per il weekend di trekking anche per un viaggio di  tre settimane! C’è da dire però che è un uomo e io sono pur sempre una donna!!! In fondo, proprio nello scompartimento accanto al mio, c’era una quindicenne stile Paris Hilton che per una gita di cinque giorni a Roma aveva portato con sé la valigia più grande che io avessi mai visto, una specie di enorme baule rosa che non si riusciva a collocare da nessuna parte e suscitava grande ilarità al suo passaggio… Diciamo che in certe cose con l’età non si può che migliorare 😉

Prendo l’Intercity?

Ci sto pensando. Cioè, potrei prenderlo una volta tanto l’Intercity per Milano, no? Dunque, ci mette 6 ore e 34 minuti invece di 3 o 3 e mezza e costa la metà. Insomma, ecco, penso proprio che prossimamente lo farò, anche perchè a me è vero che l’Alta velocità serve, che con 300 km all’ora sono a Milano in men che non si dica, che per noi pendolari dell’amore meno male che c’è la supervelocità. Però il viaggio mi piace come concetto di spostamento e cambiamento, perché si va da una parte all’altra e, nei cambiamenti bisogna avere il tempo di abituarsi (e Milano non è Roma, e viceversa). Perché il viaggio ha senso in quanto tale, come percorso, come traiettoria. Non è solo un passaggio “da… a…”

Quindi, prossimamente prenderò l’Intercity. Che ci mette più di 6 ore e con il ritardo consueto saranno 7-8, e poi vedrò com’è. Se prevale la fretta dell’essere alla meta o la pazienza del lento, costruttivo viaggio.

Non siamo tutti uguali

Viaggio in treno, solita tratta Milano-Roma. Uno dei peggiori della mia storia di pendolare. Mi trovo circondata da tre (gli scompartimenti dei treni AV sono gabbiette da quattro) baldi giovani lombardi. Avranno avuto 25 anni, ne dimostravano 50 (portati male) per abbigliamento, pose, linguaggio.

Il primo si atteggiava a supermanager, urlando nel blackberry in continuazione senza apparente motivo, simulando ad alta voce coinvolgimenti e interessi in scandali finanziari più o meno reali. Nel corso delle tre ore di sproloquio che ha inferto a me e ai suoi amici una chicca: “Hai visto? C’è Obama che pulisce i cessi dei treni! ahahah Che palle ‘sti negri, sì si sa che sono razzista” e, al telefono, “Nonna! C’è la schiava da te? Fagliela vedere!” riferendosi alla badante peruviana. L’apoteosi quando ha scoperto un difetto nel maglioncino in cashmere blu che aveva indosso: “La schiava che mi ha rovinato il maglione in lavatrice, guardate qua!!!”, ha gridato furioso. Ah, ogni tanto urlava al telefono anche col papi. Chiamandolo “Uè paaapi!!!”.  Sembrava il cattivo di un film di Jerry Calà degli anni ’80, il figlio antipatico del proprietario della fabbrichètta, per dire. Anche un tantino ipercinetico, che scuoteva violentemente l’amico seduto vicino a lui che tentava di dormire.

Io, tra Milano e Bologna, li guardavo attonita, allibita e sprofondata nella poltrona, col desiderio di essere altrove e una rabbia che montava.

Interessante anche il mio vicino: ci mancava poco mi desse del voi, viaggiava impettito e tronfio, sciorinando le sue entrature politiche e il suo impegno religioso. Va a messa tutte le mattine, il giovin signore. Ma: “Eh sì, la vecchia l’altro giorno è venuta e mi ha detto se potevo farla sedere lì, che era il suo posto alla messa del mattino. Eh eh, gliel’ho spiegato: cara signora, visto che ancora per legge i posti in chiesa non si comprano lei si siede altrove oggi! Eh eh eh!!”. E poco dopo: “Eh no! A quella bonza tibetana di merda mica gliel’ho dato il segno della pace in chiesa!! Eh eh eh”. E sorrideva comprensivo all’amico razzista: “Eh no dai non dire così”. Caro, il timorato di Dio, che ha passato il tempo ad elencare i nomi dei deputati, senatori o portaborse con cui era in stretti rapporti (fortunello!), motivo per cui i tre si dirigevano a Roma: il giro delle sette chiese della politica.

Tra Firenze e Bologna è iniziato il mal di testa. Non riuscivo a star ferma, a stento riuscivo a non urlare. In dubbio se volare fuori dal finestrino o sparire e diventare parte dello schienale. Furiosa ma anche incapace di dire qualsiasi cosa!

Il terzo era innocuo e silente. A parte una dichiarazione importante: “Ah io gli States li conosco meglio di casa mia”. Ovviamente.

Tra le mille deprimenti e vergognose idee che hanno tirato fuori nelle tre ore di viaggio più pesanti della mia vita, su una cosa questi tre geni erano concordi. Sulla loro massima ambizione: diventare sottosegretario. Di qualsiasi cosa, di qualsiasi colore, ma sottosegretario. Che voglio dire, in questa fase politica la dice lunga.

P.S. Sono tornata a casa arrabbiata. Ho cercato un po’ su Internet. Uno dei tre, il timorato di Dio, è il rappresentante del Pd di un piccolo comune in provincia di Lecco. Siamo a posto.

Un punto per Milano

Duomo bici da panti su Flickr

Ho deciso che i punti per Roma non li segno, non ha senso, temo che la lotta sia troppo impari. Basta dire che due giorni fa quando sono partita da Roma c’erano 15edico15 gradi, si poteva pranzare all’aperto al sole, passeggiare senza giacca né sciarpa… Arivata a Milano giovedì sera: pioggia, freddo, vento.

Quindi vabbè, lascio da parte il ruolo della romana che parla sempre di quant’è bella Roma e oggi segno un punto a favore di Milano, che poverina i suoi pregi ce li ha.

Sì perché a Milano si va

 in bici! Lo so, anche a Roma si potrebbe, ma io non ce la faccio: troppo traffico, troppe macchine, troppo casino, troppi sampietrini, troppi chilometri, troppe salite e troppe discese. Così la bici, che da tre anni faceva la muffa bella imballata in balcone, è stata spedita nuovamente al Nord, da dove veniva in origine. Ed eccola qua, in tutto il suo splendore: oggi si va in bici!!!!!

A Milano con la bici arrivi praticamente ovunque, i ciclisti sono tantissimi, le strade trafficate si possono evitare facilmente (e comunque sono meno frenetiche e rischiose di quelle romane) e ogni tanto si incontrano anche delle piste ciclabili. Attenzione solo alle rotaie del tram, con le quali più volte ho avuto a che fare da molto vicino… W la bici in città!!!!!!!