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La missione impossibile delle donne

Stamattina, dopo il caffè, leggo il giornale online.

Ecco qua, come dire: ce la possiamo fare? No. Che tristezza!

La missione impossibile delle donne “Vera parità nel lavoro solo nel 2601” – Repubblica.it.

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Storie di donne che lavorano

E lavorano ad alti livelli, ma si scontrano con un Paese retrogrado e antico quando diventano mamme. In  questo periodo mi sto occupando molto di conciliazione e davvero ascoltare le storie di donne super qualificate, con una carriera fulminante alle spalle, che si ritrovano messe da parte, o costrette a scegliere nel momento in cui diventano mamme è davvero desolante.

Qui ce ne sono alcune:

http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/donne-manager-in-italiatra-ostacoli-e-identit/3870533

Management stress?

Nel 2020 una delle maggiori cause da assenza dal lavoro sarà lo stress. Lo sostiene uno studio presentato ad una conferenza sulla salute, la sicurezza ambientale e il lavoro, organizzata dall’associazione italiana degli igienisti industriali, Inail e Ispesl. Non male come prospettiva, no? Forse qualche direttore del personale dovrebbe farci un pensierino.

Ma mi preoccupa ancora di più quel che sostiene Giovanni Battista Bartolucci, professore ordinario di Medicina del Lavoro all’università di Padova, intervenuto alla conferenza: le cause, dice, sono “dovute soprattutto al tipo di attività, ai conflitti con colleghi e superiori, al carico lavorativo e a cause multifattoriali legata al vissuto della persona”. Tuttavia, spiega ancora Bartolucci, “il problema principale è legato all’organizzazione del lavoro, alla capacità del management aziendale di garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori e di favorire la reale collaborazione”.

Ecco, questo secondo me è un punto centrale: carichi di lavoro, conflitti tra colleghi, disorganizzazione. Siamo proprio certi che il management con cui ci troviamo – mediamente – ad avere a che fare sia all’altezza? O non è forse che non abbiamo una classe manageriale adeguatamente preparata? Che a “garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori” non ci pensa proprio e “favorire la reale collaborazione” non sa cosa vuol dire?

Quelli che non se ne vogliono andare

Vi è mai capitato? Ufficio, verso sera, ora di andare a casa da un pezzo. Ma ci sono quelli che non se ne vogliono andare. Gironzolano apparentemente indaffarati, chiacchierano, fanno una telefonata o due, si mettono al pc a fare qualsiasi cosa o niente. Ma non se ne vogliono andare. Non gli piace stare a casa? Forse, in alcuni casi, ma non in tutti.

E’ un atteggiamento che ho notato in diversi posti di lavoro e ho iniziato a farci caso sempre di più, chiedendo un po’ in giro. Il “prolungatore di orario” è in genere maschio: le donne hanno sempre molto altro da fare oltre al lavoro e di solito fanno più di tre-quattro cose insieme, quindi sono (in media) tagliate fuori da questa tipologia di lavoratore. Ovviamente, parliamo di uffici in cui non si timbra il cartellino: in quei casi ci sono regole precise per esempio sugli straordinari, quindi il discorso non vale.

Ma perchè se uno ha finito di fare ciò che deve, ha terminato (e il più delle volte ampiamente superato) le ore giornaliere previste da contratto dovrebbe restare in ufficio invece di farsi una passeggiata, andare in palestra, andare al cinema, organizzarsi una cena, vedere un amico o anche solo buttarsi sul divano a guardare la tv? Ho provato, discretamente, a buttare lì qualche domanda a conoscenti e amici afflitti dalla sindrome della “colla alla sedia”. Le risposte: “Beh, quando tutti gli altri sono ancora in ufficio non mi piace andare via”; “Non voglio essere il primo ad andar via”; “Non è vero, io ho sempre un mare di cose da fare, non finisco mai”; “Aspetto il mio collega”; “Non voglio che i colleghi/il capo/gli altri pensino che sono uno scansafatiche o che non ho niente da fare qui”…

Sarà la crisi che fa temere per la perdita del posto di lavoro? Sarà la necessità di sentirsi indispensabili? Sarà la competizione?  Chissà. A me tutto ciò un po’ diverte…

A cosa mi devo abituare

A non essere più la prima della classe.

A non essere lodata, ammirata e premiata.

A non ricevere i complimenti di capi e colleghi.

A non avere una vita lavorativa regolare, ordinata, definita. Certa.

A non avere una “carriera” lineare davanti a me, come pensavo di avere dieci anni fa. Anche se allora era per scelta e non per caso.

Scegliere il part time, inevitabilmente, in un lavoro come il mio, significa fare un passo indietro. Il livello non è più quello di prima. Rimettersi in gioco, provare a realizzare i  miei sogni, rimettersi in discussione ha un prezzo, non solo economico. E ci sono dei giorni in cui questo mi affatica, mi chiedo chi me lo ha fatto fare, mi dico che forse ero più “comoda” prima, a fare quello che facevo. Mi riusciva anche bene, tutto sommato.

Ma anche quando le giornate sono un po’ faticose, in realtà alla fine penso sempre che va bene così, che sono felice di dove sono oggi, anche con un po’ di fatica, che indietro proprio non ci voglio tornare, che non cambierei il mio oggi per nessuno dei miei ieri, che ci sono cose che ho guadagnato che sono impagabili e a cui non voglio più rinunciare  (come  http://bit.ly/b6c6tU). E poi, non dover più sostenere il ruolo di signorina perfettina mi alleggerisce un bel po’!! Era ora!!! Ma, soprattutto, io oggi mi sto dando l’occasione di scegliere, il che mi ripaga ampiamente di qualsiasi (piccola) frustrazione!

Se anche il capitalismo diventa zen

Niente, non riesco a trovare il link all’articolo di Repubblica, ma è di Federico Rampini (chi altri? :-)) e si intitola “L’America scopre il capitalismo dal volto zen”. Era ora, dico io! Perché la strada è tornare all’essere umano, ricominciare da lì. E dalla saggezza orientale.

Così negli Stati Uniti, sarà per la crisi, sarà che il modello anni 80-90 scricchiola, gli economisti rivedono le proprie teorie e sottolineano l’importanza del benssere sociale. A partire da Randy Komisar, ex cervellone della Apple che insegna alla Business School di Standford. Komisar spiega ai suoi allievi che nella Silicon Valley domina il “Piano di vita differito”: prima devi diventare ricco, poi passi a fare quello che vuoi veramente, a realizzare la tua personalità più profonda. “La verità – dice – è che pochissimi arrivani alla seconda fase. E anche quei pochi fortunati hanno speso così tanto di sé che non sanno quello che vogliono”. La soluzione? Puntare sulla vita qui e ora, facendo adesso qualcosa di buono per sé, che valga la pena.

Poi c’è l’indiano Srikumar Rao, che tiene alla Columbia Business School un seminario dal titolo “Creatività e padronanza del sé”. Rampini, nell’articolo, cita alcune delle perle tratte dai suoi corsi, come: “Puoi avere un certo livello di controllo sulle tue azioni ma quasi nessun controllo sui loro risultati. Se condizioni la felicità ai risultati ti condanni alla frustrazione”.

Ecco, leggendo mi sono quasi commossa. Abbandonare il controllo ossessivo (o meglio l’illusione del controllo) per concentrarsi su ciò che realmente conta, evitando così la frustrazione che ne deriva e guardando al benessere e alla felicità. Un altro economista citato da Rampini è Robert Skidelsky che sta per pubblicare un saggio dedicato all’economia della vita buona, in cui sostiene che la ricchezza è un mezzo per raggiungere un fine, una vita decente e appagante. E questo obiettivo si perde di vista facilmente nelle società come la nostra, che spingono all’accumulazione senza limiti, assolutamente irrazionale.

Questo articolo (che mi ha illuminato la giornata, che ho evidenziato con giallo brillante e mi accingo ad appendere dietro alla scrivania a beneficio dei colleghi) mi ricorda che ho scelto la strada giusta. Che mi sto prendendo cura della mia vita attuale, di me e del mio benessere. E che, nonostante intorno a me in molti non capiscano, non approvino o magari critichino, non importa. Insomma, io lo so, però ogni tanto qualche segnale di conforto come questo fa bene! Se trovo il link all’articolo lo posto!!

Se ne parla, se ne parla

Aldilà dei dati, questo articolo del Corriere (eccolo qua http://bit.ly/bBwT3L) apre una porticina sulle riflessioni di questo periodo: un modo nuovo di lavorare, che riguarda soprattutto le donne, ma anche gli uomini.

Mi colpisce la descrizione delle donne manager sull’orlo dell’esaurimento, intrappolate in troppi ruoli. Ne conosco tante in situazioni così, ne conosco tante che pur di non riconoscere una dificoltà esauriscono tutte le loro energie e poi non sanno più chi sono o perché lo stanno facendo, ne conosco tante che crollano da un giorno all’altro. Ma ne conosco soprattutto tante che si fermano a pensare, che si fanno domande, che scelgono, che cambiano direzione, che sperimentano.

Ma oltre alla presa di coscienza e alla consapevolezza del singolo, il cambiamento passa per un salto di qualità (in termini di vera flessibilità, di differenziazione, di servizi e sì, per noi donne sicuramente anche per provvedimenti tipo quote rosa) del mondo del lavoro. Se ne parla, è un primo passo.