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Tutto cambia, se si cambia

Ormai siamo quasi a un anno e mezzo.

Un anno e mezzo di part time, contro 10 anni di full time (very very full).

Stamattina ci pensavo. E pensavo che indietro io non ci posso tornare. Non più. Troppo è cambiato in questo anno e mezzo. Non tanto nella riconquista del tempo vuoto (che per me, iperattiva e ipercinetica va sempre curato, cercato e coltivato). Ma perché la mia vita è tutta un’altra, oggi. Che se ci penso che è passato solo un anno e mezzo mi sembrano dieci, che se ci penso proprio non mi pare vero.

Che sto studiando all’università, come pensavo che non avrei mai potuto fare, che sto finendo il master in counselling, che ho anche iniziato a fare quello che veramente ho capito che mi piace fare… e ho deciso che vita voglio avere, ho capito che posso rischiare, per cercare la mia strada.Me lo ripeto, perché mica era scontato: oggi io so cosa mi piace e ho anche la possibilità di farlo. Me la sto dando, questa possibilità. Me la merito. Come tutti!!!

E questo, perché ho scelto di darmi tempo, di lavorare meno, di guadagnare meno, di fare altro, di capire cosa voglio e cosa è meglio per me, di essere una cosa strana nel mio ambiente di lavoro. Di lottare, anche, a volte.

Insomma, io il very very full proprio non lo rifarei. Mi fa paura, chiude la mente, mi trascina giù, sbarra le porte. Io ora le ho aperte e non le chiudo più 🙂

p.s. …e come dice il mio illuminato collega quando arriva lo stipendio: “Vedi, col tuo part time tu puoi deprimerti solo il giorno in cui ci pagano, perché guadagni poco. Io, però, mi deprimo tutti gli altri 30 giorni del mese, a star chiuso qua”. E’ il mio mito!!!!!

Telelavoro, mon amour

Non sto scrivendo molto in questo periodo, sto trascurando questo mio spazio… Ma un motivo c’è, è tempo di progetti, è tempo di bilanci e appena il caos si calmerà tornerò regolare…

Ma non potevo esimermi dal postare questo articolo trovato su Repubblica: http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/irresistibile-voglia-di-telelavoro-pronti-a-tagliarci-lo-stipendio/3871887

“La gran parte degli impiegati non ritiene sia necessario essere presenti in ufficio per essere più produttivi. Pur di avere più autonomia, quasi sette su dieci disposti ad accettare un’offerta di impiego con una paga inferiore del 10 per cento. E tra quelli che hanno accesso alle reti aziendali circa la metà ammette di lavorare tra due o tre ore in più. Gli italiani i più tradizionalisti”.

Ecco, quando lo capiremo anche noi?

Management stress?

Nel 2020 una delle maggiori cause da assenza dal lavoro sarà lo stress. Lo sostiene uno studio presentato ad una conferenza sulla salute, la sicurezza ambientale e il lavoro, organizzata dall’associazione italiana degli igienisti industriali, Inail e Ispesl. Non male come prospettiva, no? Forse qualche direttore del personale dovrebbe farci un pensierino.

Ma mi preoccupa ancora di più quel che sostiene Giovanni Battista Bartolucci, professore ordinario di Medicina del Lavoro all’università di Padova, intervenuto alla conferenza: le cause, dice, sono “dovute soprattutto al tipo di attività, ai conflitti con colleghi e superiori, al carico lavorativo e a cause multifattoriali legata al vissuto della persona”. Tuttavia, spiega ancora Bartolucci, “il problema principale è legato all’organizzazione del lavoro, alla capacità del management aziendale di garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori e di favorire la reale collaborazione”.

Ecco, questo secondo me è un punto centrale: carichi di lavoro, conflitti tra colleghi, disorganizzazione. Siamo proprio certi che il management con cui ci troviamo – mediamente – ad avere a che fare sia all’altezza? O non è forse che non abbiamo una classe manageriale adeguatamente preparata? Che a “garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori” non ci pensa proprio e “favorire la reale collaborazione” non sa cosa vuol dire?

Quelli che non se ne vogliono andare

Vi è mai capitato? Ufficio, verso sera, ora di andare a casa da un pezzo. Ma ci sono quelli che non se ne vogliono andare. Gironzolano apparentemente indaffarati, chiacchierano, fanno una telefonata o due, si mettono al pc a fare qualsiasi cosa o niente. Ma non se ne vogliono andare. Non gli piace stare a casa? Forse, in alcuni casi, ma non in tutti.

E’ un atteggiamento che ho notato in diversi posti di lavoro e ho iniziato a farci caso sempre di più, chiedendo un po’ in giro. Il “prolungatore di orario” è in genere maschio: le donne hanno sempre molto altro da fare oltre al lavoro e di solito fanno più di tre-quattro cose insieme, quindi sono (in media) tagliate fuori da questa tipologia di lavoratore. Ovviamente, parliamo di uffici in cui non si timbra il cartellino: in quei casi ci sono regole precise per esempio sugli straordinari, quindi il discorso non vale.

Ma perchè se uno ha finito di fare ciò che deve, ha terminato (e il più delle volte ampiamente superato) le ore giornaliere previste da contratto dovrebbe restare in ufficio invece di farsi una passeggiata, andare in palestra, andare al cinema, organizzarsi una cena, vedere un amico o anche solo buttarsi sul divano a guardare la tv? Ho provato, discretamente, a buttare lì qualche domanda a conoscenti e amici afflitti dalla sindrome della “colla alla sedia”. Le risposte: “Beh, quando tutti gli altri sono ancora in ufficio non mi piace andare via”; “Non voglio essere il primo ad andar via”; “Non è vero, io ho sempre un mare di cose da fare, non finisco mai”; “Aspetto il mio collega”; “Non voglio che i colleghi/il capo/gli altri pensino che sono uno scansafatiche o che non ho niente da fare qui”…

Sarà la crisi che fa temere per la perdita del posto di lavoro? Sarà la necessità di sentirsi indispensabili? Sarà la competizione?  Chissà. A me tutto ciò un po’ diverte…

Se la crisi non è solo economica

Il costo della crisi non è elevato solo a livello economico ma comporta una serie di preoccupanti conseguenze a livello psicologico. Le ricerche degli ultimi due anni mostrano come, al crescere del numero dei senza lavoro, si registri un aumento dei suicidi e delle diagnosi di depressione, ma anche di casi di ansia, paura del futuro, bassa autostima, vergogna. Perché perdere il lavoro mette gravemente a rischio la propria identità.

Ho provato a fare il punto della situazione, qui: http://bit.ly/ao5gGO

Pur di lavorare

Io sono fortunata. Lavorativamente parlando (e non solo), mi sento così.

Resto sul tema lavoro: rispetto alla maggior parte dei miei coetanei non ho mai dovuto lavorare gratis. Magari, in dieci anni, sono stata pagata poco, all’inizio erano solo rimborsi spese, ma gratis mai. E questa è una fortuna. Perché oggi il binomio lavoro-gratis è molto comune, normale, usuale, tremendamente diffuso.

Se uno si ferma a pensarci è un assurdo: il lavoro è un mezzo di sussistenza, prima che un mezzo di realizzazione personale. Nasce quindi come modo per guadagnarsi da vivere, diventa col tempo anche molto altro (in termini di definizione del sé, riconoscimento sociale, eccetera). La sua funzione primaria dovrebbe comunque essere quella di garantire la sopravvivenza. Lavorare gratis è quindi apparentemente un assurdo, un controsenso, una contraddizione in termini.

Eppure la situazione esiste, eccome. E’ la norma, per chi oggi inizia. Si lavora gratis, si lavora sottopagati, si lavora senza prospettive, si lavora soprattutto per passione, pur di lavorare. Il che da un lato è bellissimo (c’è la parte di voglia di realizzazione di sé, la volontà, l’impegno, tutte caratteristiche nobili dell’essere umano) ma dall’altro avalla l’idea che il lavoro non sia un valore che va riconosciuto e in quanto tale retribuito, con la conseguente sparizione del confine tra lavoro (quindi retribuito) e piacere (che puo’ essere gratuito). Perché certo che si lavora per avere il denaro per la sussistenza, ma si lavora anche per piacere. O meglio, se si riesce a fare il lavoro che piace, alla sussistenza si puo’ aggiungere la realizzazione personale: il massimo, l’obiettivo di ognuno di noi! E allora si fanno molti sacrifici per raggiungerlo questo obiettivo, compreso appunto lavorare gratis, magari anche per lunghi periodi.

Mi immagino una miscela lavoro-piacere, che possono mixarsi in quantità diverse. Ad un estremo lavoro e piacere coincidono (anche se non credo si possa parlare di puro piacere se c’è anche una minima parte di dovere o impegno), all’altro sono massimamente distanti. In questa miscela ognuno mette gli ingredienti in diverse quantità a seconda delle proprie aspettative, passioni, obiettivi ma anche a seconda di ciò che la vita presenta, di ciò che banalmente capita e di cio’ che si puo’ permettere.

Mi chiedo però guardando molti miei giovani colleghi che si ritrovano ad avere a che fare con la ricerca di un lavoro oggi: quanto tutto questo si traduce poi nei fatti in mero sfruttamento da parte dell’attuale sistema lavorativo del nostro Paese? Quante volte alle esperienze di “stage gratuito” segue effettivamente la creazione di un posto di lavoro e quante invece allo stagista semplicemente si sostituisce un altro stagista, e poi un altro stagista, così all’infinito? Quante volte la buona volontà del lavoratore nell’essere flessibile e disponibile, nel mettere la passione, l’impegno, i sogni prima di tutto diventano per il datore di lavoro solo una leva di “risparmio”, con poca attenzione per la professionalità e la buona volontà di chi si ha di fronte?

Lavorare, per molti, oggi è un lusso, nonostante ciò che dica la Costituzione italiana. Sempre più si diffonde la mentalità zero diritti-solo doveri anche, inevitabilmente, tra i lavoratori.  Per questo penso che, come al solito, sia molto importante la consapevolezza. In questo caso la consapevolezza di cosa si cerca nel lavoro e dal lavoro (solo sostentamento? realizzazione personale? relazioni? e in che misura?) per capire quali compromessi accettare e quali invece non accettare (in termini economici, per esempio), con l’obiettivo del proprio benessere.

P.S. E, per continuare a riflettere, qui, per esempio, meglio precari, ma con passione:  http://bit.ly/dkYePA

Se anche il capitalismo diventa zen

Niente, non riesco a trovare il link all’articolo di Repubblica, ma è di Federico Rampini (chi altri? :-)) e si intitola “L’America scopre il capitalismo dal volto zen”. Era ora, dico io! Perché la strada è tornare all’essere umano, ricominciare da lì. E dalla saggezza orientale.

Così negli Stati Uniti, sarà per la crisi, sarà che il modello anni 80-90 scricchiola, gli economisti rivedono le proprie teorie e sottolineano l’importanza del benssere sociale. A partire da Randy Komisar, ex cervellone della Apple che insegna alla Business School di Standford. Komisar spiega ai suoi allievi che nella Silicon Valley domina il “Piano di vita differito”: prima devi diventare ricco, poi passi a fare quello che vuoi veramente, a realizzare la tua personalità più profonda. “La verità – dice – è che pochissimi arrivani alla seconda fase. E anche quei pochi fortunati hanno speso così tanto di sé che non sanno quello che vogliono”. La soluzione? Puntare sulla vita qui e ora, facendo adesso qualcosa di buono per sé, che valga la pena.

Poi c’è l’indiano Srikumar Rao, che tiene alla Columbia Business School un seminario dal titolo “Creatività e padronanza del sé”. Rampini, nell’articolo, cita alcune delle perle tratte dai suoi corsi, come: “Puoi avere un certo livello di controllo sulle tue azioni ma quasi nessun controllo sui loro risultati. Se condizioni la felicità ai risultati ti condanni alla frustrazione”.

Ecco, leggendo mi sono quasi commossa. Abbandonare il controllo ossessivo (o meglio l’illusione del controllo) per concentrarsi su ciò che realmente conta, evitando così la frustrazione che ne deriva e guardando al benessere e alla felicità. Un altro economista citato da Rampini è Robert Skidelsky che sta per pubblicare un saggio dedicato all’economia della vita buona, in cui sostiene che la ricchezza è un mezzo per raggiungere un fine, una vita decente e appagante. E questo obiettivo si perde di vista facilmente nelle società come la nostra, che spingono all’accumulazione senza limiti, assolutamente irrazionale.

Questo articolo (che mi ha illuminato la giornata, che ho evidenziato con giallo brillante e mi accingo ad appendere dietro alla scrivania a beneficio dei colleghi) mi ricorda che ho scelto la strada giusta. Che mi sto prendendo cura della mia vita attuale, di me e del mio benessere. E che, nonostante intorno a me in molti non capiscano, non approvino o magari critichino, non importa. Insomma, io lo so, però ogni tanto qualche segnale di conforto come questo fa bene! Se trovo il link all’articolo lo posto!!