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Sarà la facoltà?

Metti che uno decide di fare l’università anche se è già laureato e lavora, metti che uno studia a spizzichi e bocconi quando capita, metti che ogni contatto con l’università ti mette di fronte ad una giungla di ventenni e ti ricorda che da quando ci andavi tu ne sono passati quasi altrettanti…

Metti che poi, nonostante il periodo infernale, decidi di dare un esame. Poi la metro non passa, l’autobus incappa in una manifestazione, tu arrivi giusto in tempo, corri verso la facoltà e ti rendi conto che non hai preso nota dell’aula. Chiederò, pensi. Allora arrivi, correndo, provi nell’aula dove ci sono in genere gli esami ma niente. Oggi, proprio oggi, c’è l’esame di stato. Corri, ancora, per le scale e chiedi all’usciere. Ti guarda come se gli avessi chiesto di enunciare il teorema di Euclide al contrario. “Vada lì, in quella stanza col citofono, magari lo sanno”. Magari. Arrivi alla stanza con citofono, suoni e affannata chiedi: “Mi scusi, mi sa dire dov’é l’aula dell’esame di psicobiologia?”. “Cheeeee? Psicologia?” mh no, quella è la facoltà, dico “L’esame di P-S-I-C-O-B-I-O-L-O-G-I-A”…. “Aaaaaaah, no guardi deve guardare sul sito”. “SUL SITO?? MA IO SONO QUI!!! MAGARI E’ AL PIANO DI SOPRA E DOVE VUOLE CHE LO GUARDI???” “Eh sul sito…”. Certo, torno a casa, vado su Internet e poi torno, con calma, a fare l’esame (perché col BlackBerry il sito non si apre, ovviamente).

Comunque, alla fine, non so come, scopro qual è l’aula. Ma sono tutti fuori, aspettano. Perché dentro c’è una ex professoressa, unpo’ matta, che va in giro dando lezioni d corsi fantasma a chi capita, tutti lo sanno… “Ditele sempre di sì”, dice compassionevole un tutor.

Ma dite che è perché mi sono iscritta a psicologia o è così ovunque?

Tristezzaaaa, per favore vai viaaaa

L’altro giorno mi sono ritrovata a parlare con una mia amica dell’università italiana.

Sì, a 35 anni, lo so, ma tant’è.

Lei è appena tornata da un anno di master in Gran Bretagna e qui lavora, oltre a voler continuare la sua formazione, cosa fondamentale per il suo lavoro.

Insomma, la discussione è stata deprimente: dalla mia piccola esperienza di questi mesi, dalla quale emerge che l’abilità maggiore richiesta per studiare in una università italiana sembra essere l’intuito (per esempio per scoprire quando per caso il professore di trova a passare nel suo ufficio e magari riuscire a parlargli, oppure per capire quale dei 13 piani di studio indicati sul sito è quello che lo riguarda o, ancora, quali sono le “regole” amministrativo-burocratiche cui attenersi).

Nella sua più ampia esperienza da quando è tornata in Italia e ha a che fare (per lavoro e per formazione) con l’università, si è trovata ad assistere a lezioni di formazione post-lauream in cui profoessoroni dai titoli altisonanti seduti in cattedra hanno propinato quattro-ore-quattro di lezione blablabla senza un’interruzione, un filo logico, una slide, una dispensa su temi banali, scontati, teorici e di zero interesse per la platea di specialisti, in situazioni in cui la personalità individuale del singolo professoroni conta di più dell’insegnamento, in cui l’obiettivo di chi insegna è far vedere quanto è bravo e quanto sa, non certo insegnare. Inomma, lei è depressa e io pure. Non tanto per me, non tanto per lei, che comunque una formazione e un lavoro ce l’abbiamo, e all’università ci avviciniamo con un certo distacco, quanto per chi oggi dall’università si aspetta un futuro. CHE TRISTEZZA!

Ma l’università… è questo?

Mica lo so se ho l’età. Voglio dire, l’età c’è sempre per rimettersi a studiare. Ma per avere a che fare col sistema universitario italiano non so… forse anche no.

All’esame l’assistente ci ha detto di non consumare troppa carta: non ne hanno, non ci sono i fondi. “Quindi scrivete anche sul foglio delle domande, piccolo se riuscite…”. Lasciando da parte che anche lei probabilmente viene pagata (se viene pagata) una miseria e con ritardi vergognosi, mi sono ritrovata in un sistema antico, farraginoso, burocratico, faticoso e affaticato, in cui molti di buona volontà si fanno in quattro perché tutto funzioni (ho trovato assistenti, tutor e diversi professori molto disponibili e presenti), con altrettanti che non ci sono, fingono di non esserci, se ci sono si nascondono e se possono non fanno.

A questo, si deve aggiungere l’obsoleto sistema “baronale” che regna nella maggior parte delle università italiane, con professori che ormai si parlano addosso, che non hanno mai fatto e non fanno ricerca (anche perché i fondi sono quello che sono, questo va detto), con esperienze di confronto internazionali spesso nulle.  In più, mi sono trovata ad avere a che fare con alcuni libri di testo, obbligatori per l’esame, evidentemente stampati solo perché il professore titolare della cattedra nonché autore potesse inserirli nel programma e quindi venderne quel tot di copie. Perché altri motivi non ce ne sono se si considera il linguaggio volutamente criptico (più è scritto difficile più dice cose importanti? ne dubito!), l’aggiornamento a dieci anni fa (ma il libro è stato ristampato quest’anno, quindi lo devi prendere nuovo!), l’assoluta noncuranza per il lettore (anche se è dedicato a studenti, in teoria, non spiega ma dà per scontato)… Ecco, io nel mio lavoro quando mi trovo di fronte a persone che comunicano così il loro sapere in genere ho dei moti di rabbia, incalzo, mi innervosisco. Lì non posso fare lo stesso. E se a 20 anni quello era il mio scopo e bene o male accettavo tutto quello che mi propinavano, beh oggi no!

Guardo tutto questo sgomenta e mi chiedo: ce la farò? Ce la farò a prendere quel che mi serve, che mi piace e che voglio lasciando andare tutto il resto? Ce la farò a non entrare in conflitto? Calcolando che l’obiettivo primario è la serenità e la riconquista di me e del mio tempo devo stare attenta, moooolto attenta… 

Signora mia

“Scusi, lei a che anno è iscritta?”.

No vabbè, a questo non ero pronta. Vabbè che era una ragazzina e avrà avuto 19 anni, vabbè che io ne ho 35, vabbene tutto. Ma il lei no. Non all’università, non seduta sul muretto, non mentre aspettiamo come due pari di entrare all’esercitazione di psicologia generale.

Cioè, capita anche ultimamente che qualche ragazzino mi chiami signora, o mi dia del lei, tipo sull’autobus o sulla metro… Per carità, per un adolescente sarò una vegliarda. Però voglio dire, io 35 anni neanche li dimostro. E poi no, sull’autobus pure pure, ma all’università non ce la posso fare.

Comunque, nonostante la matricola con i ricci biondi e lo sguardo perso, la giornata è stata utilissima. Nonostante la vaga sensazione di estraneità che mi ha accompagnato per tutto il tempo che ho passato in facoltà, nonostante il fatto che mi sia resa conto di aver letto con molto interesse tutto il manuale memorizzando pero’ solo le cose che mi interessano, nonostante il fatto che per me abbinare la psicologia agli esperimenti con i ratti o i cani resti un problema enorme, nonostante ogni volta io legga del cane di Pavlov mi venga l’istinto di dargli la pappa (cicci cucci bello vieni qua!) e liberarlo, nonostante faccia una fatica immane a fare una cosa per volta (tipo studiare) per tempi lunghi(tipo oltre 45 minuti)… ho capito che ho una grande visione d’insieme, ottimo intuito e senso critico, e questo aiuta. Non a superare l’esame, perchè vista l’esercitazione se fosse domani non lo passerei.

Ma non è domani. E la vegliarda ce la farà (prima o poi!) 😉