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La missione impossibile delle donne

Stamattina, dopo il caffè, leggo il giornale online.

Ecco qua, come dire: ce la possiamo fare? No. Che tristezza!

La missione impossibile delle donne “Vera parità nel lavoro solo nel 2601” – Repubblica.it.

Tutto cambia, se si cambia

Ormai siamo quasi a un anno e mezzo.

Un anno e mezzo di part time, contro 10 anni di full time (very very full).

Stamattina ci pensavo. E pensavo che indietro io non ci posso tornare. Non più. Troppo è cambiato in questo anno e mezzo. Non tanto nella riconquista del tempo vuoto (che per me, iperattiva e ipercinetica va sempre curato, cercato e coltivato). Ma perché la mia vita è tutta un’altra, oggi. Che se ci penso che è passato solo un anno e mezzo mi sembrano dieci, che se ci penso proprio non mi pare vero.

Che sto studiando all’università, come pensavo che non avrei mai potuto fare, che sto finendo il master in counselling, che ho anche iniziato a fare quello che veramente ho capito che mi piace fare… e ho deciso che vita voglio avere, ho capito che posso rischiare, per cercare la mia strada.Me lo ripeto, perché mica era scontato: oggi io so cosa mi piace e ho anche la possibilità di farlo. Me la sto dando, questa possibilità. Me la merito. Come tutti!!!

E questo, perché ho scelto di darmi tempo, di lavorare meno, di guadagnare meno, di fare altro, di capire cosa voglio e cosa è meglio per me, di essere una cosa strana nel mio ambiente di lavoro. Di lottare, anche, a volte.

Insomma, io il very very full proprio non lo rifarei. Mi fa paura, chiude la mente, mi trascina giù, sbarra le porte. Io ora le ho aperte e non le chiudo più 🙂

p.s. …e come dice il mio illuminato collega quando arriva lo stipendio: “Vedi, col tuo part time tu puoi deprimerti solo il giorno in cui ci pagano, perché guadagni poco. Io, però, mi deprimo tutti gli altri 30 giorni del mese, a star chiuso qua”. E’ il mio mito!!!!!

Pensieri e parole

Non ho scritto per molto tempo, solo saltuariamente.

Un po’ perché per me è tempo di bilanci, di cambiamenti, di progetti.  Di pensieri, più che di parole. L’esperienza di quest’anno di part time si sta per concludere, il mio contratto prevede che il part time si possa chiedere per un anno e, di anno in anno, sia eventualmente rinnovabile.

Questi ultimi mesi dell’anno sono pieni di riflessioni. Ho riletto anche i primi post di questo blog, per ricordarmi com’era, all’inizio. Mi sembra una vita fa anche perché la verità è che la mia vita, ora, è con un lavoro part time e mille cose di me. Il tempo che ho deciso di concedermi, lavorando di meno, mi è servito come poche altre cose. A gestire situazioni, a capire cosa voglio, a scegliere una strada, a prendermi cura di me e dei miei bisogni. Anche a scegliere di voler vivere con mio mari e, per questo, andare a Milano, tornare a Milano. In un modo nuovo, per una vita ancora nuova.

In questi ultimi due mesi non ho scritto, e mi è mancato. Perché anche questo è uno spazio per me, un altro dei regali del part time. Che, comunque, avrò anche il prossimo anno.

Festival della Luce di Milano: "Butterfly" di Chiara Lampugnani (via Paolo Sarpi, via Canonica) da http://www.corriere.it

Sarà la facoltà?

Metti che uno decide di fare l’università anche se è già laureato e lavora, metti che uno studia a spizzichi e bocconi quando capita, metti che ogni contatto con l’università ti mette di fronte ad una giungla di ventenni e ti ricorda che da quando ci andavi tu ne sono passati quasi altrettanti…

Metti che poi, nonostante il periodo infernale, decidi di dare un esame. Poi la metro non passa, l’autobus incappa in una manifestazione, tu arrivi giusto in tempo, corri verso la facoltà e ti rendi conto che non hai preso nota dell’aula. Chiederò, pensi. Allora arrivi, correndo, provi nell’aula dove ci sono in genere gli esami ma niente. Oggi, proprio oggi, c’è l’esame di stato. Corri, ancora, per le scale e chiedi all’usciere. Ti guarda come se gli avessi chiesto di enunciare il teorema di Euclide al contrario. “Vada lì, in quella stanza col citofono, magari lo sanno”. Magari. Arrivi alla stanza con citofono, suoni e affannata chiedi: “Mi scusi, mi sa dire dov’é l’aula dell’esame di psicobiologia?”. “Cheeeee? Psicologia?” mh no, quella è la facoltà, dico “L’esame di P-S-I-C-O-B-I-O-L-O-G-I-A”…. “Aaaaaaah, no guardi deve guardare sul sito”. “SUL SITO?? MA IO SONO QUI!!! MAGARI E’ AL PIANO DI SOPRA E DOVE VUOLE CHE LO GUARDI???” “Eh sul sito…”. Certo, torno a casa, vado su Internet e poi torno, con calma, a fare l’esame (perché col BlackBerry il sito non si apre, ovviamente).

Comunque, alla fine, non so come, scopro qual è l’aula. Ma sono tutti fuori, aspettano. Perché dentro c’è una ex professoressa, unpo’ matta, che va in giro dando lezioni d corsi fantasma a chi capita, tutti lo sanno… “Ditele sempre di sì”, dice compassionevole un tutor.

Ma dite che è perché mi sono iscritta a psicologia o è così ovunque?

Storie di donne che lavorano

E lavorano ad alti livelli, ma si scontrano con un Paese retrogrado e antico quando diventano mamme. In  questo periodo mi sto occupando molto di conciliazione e davvero ascoltare le storie di donne super qualificate, con una carriera fulminante alle spalle, che si ritrovano messe da parte, o costrette a scegliere nel momento in cui diventano mamme è davvero desolante.

Qui ce ne sono alcune:

http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/donne-manager-in-italiatra-ostacoli-e-identit/3870533

Telelavoro, mon amour

Non sto scrivendo molto in questo periodo, sto trascurando questo mio spazio… Ma un motivo c’è, è tempo di progetti, è tempo di bilanci e appena il caos si calmerà tornerò regolare…

Ma non potevo esimermi dal postare questo articolo trovato su Repubblica: http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/irresistibile-voglia-di-telelavoro-pronti-a-tagliarci-lo-stipendio/3871887

“La gran parte degli impiegati non ritiene sia necessario essere presenti in ufficio per essere più produttivi. Pur di avere più autonomia, quasi sette su dieci disposti ad accettare un’offerta di impiego con una paga inferiore del 10 per cento. E tra quelli che hanno accesso alle reti aziendali circa la metà ammette di lavorare tra due o tre ore in più. Gli italiani i più tradizionalisti”.

Ecco, quando lo capiremo anche noi?

Management stress?

Nel 2020 una delle maggiori cause da assenza dal lavoro sarà lo stress. Lo sostiene uno studio presentato ad una conferenza sulla salute, la sicurezza ambientale e il lavoro, organizzata dall’associazione italiana degli igienisti industriali, Inail e Ispesl. Non male come prospettiva, no? Forse qualche direttore del personale dovrebbe farci un pensierino.

Ma mi preoccupa ancora di più quel che sostiene Giovanni Battista Bartolucci, professore ordinario di Medicina del Lavoro all’università di Padova, intervenuto alla conferenza: le cause, dice, sono “dovute soprattutto al tipo di attività, ai conflitti con colleghi e superiori, al carico lavorativo e a cause multifattoriali legata al vissuto della persona”. Tuttavia, spiega ancora Bartolucci, “il problema principale è legato all’organizzazione del lavoro, alla capacità del management aziendale di garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori e di favorire la reale collaborazione”.

Ecco, questo secondo me è un punto centrale: carichi di lavoro, conflitti tra colleghi, disorganizzazione. Siamo proprio certi che il management con cui ci troviamo – mediamente – ad avere a che fare sia all’altezza? O non è forse che non abbiamo una classe manageriale adeguatamente preparata? Che a “garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori” non ci pensa proprio e “favorire la reale collaborazione” non sa cosa vuol dire?