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Tutto cambia, se si cambia

Ormai siamo quasi a un anno e mezzo.

Un anno e mezzo di part time, contro 10 anni di full time (very very full).

Stamattina ci pensavo. E pensavo che indietro io non ci posso tornare. Non più. Troppo è cambiato in questo anno e mezzo. Non tanto nella riconquista del tempo vuoto (che per me, iperattiva e ipercinetica va sempre curato, cercato e coltivato). Ma perché la mia vita è tutta un’altra, oggi. Che se ci penso che è passato solo un anno e mezzo mi sembrano dieci, che se ci penso proprio non mi pare vero.

Che sto studiando all’università, come pensavo che non avrei mai potuto fare, che sto finendo il master in counselling, che ho anche iniziato a fare quello che veramente ho capito che mi piace fare… e ho deciso che vita voglio avere, ho capito che posso rischiare, per cercare la mia strada.Me lo ripeto, perché mica era scontato: oggi io so cosa mi piace e ho anche la possibilità di farlo. Me la sto dando, questa possibilità. Me la merito. Come tutti!!!

E questo, perché ho scelto di darmi tempo, di lavorare meno, di guadagnare meno, di fare altro, di capire cosa voglio e cosa è meglio per me, di essere una cosa strana nel mio ambiente di lavoro. Di lottare, anche, a volte.

Insomma, io il very very full proprio non lo rifarei. Mi fa paura, chiude la mente, mi trascina giù, sbarra le porte. Io ora le ho aperte e non le chiudo più 🙂

p.s. …e come dice il mio illuminato collega quando arriva lo stipendio: “Vedi, col tuo part time tu puoi deprimerti solo il giorno in cui ci pagano, perché guadagni poco. Io, però, mi deprimo tutti gli altri 30 giorni del mese, a star chiuso qua”. E’ il mio mito!!!!!

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La ricerca della semplicità

Che inizio d’anno zoppicante! Accelero e rallento bruscamente, faccio troppo o faccio niente, non so bene da che parte girarmi. Allora, quando è così, faccio una cosa. La faccio semplice. E quindi inizio a semplificare.

Sull’onda dell’articolo che ho postato qualche giorno fa su twitter (http://bit.ly/eExxBB) ho iniziato a semplificare dalle cose facili, così:

– ho portato al mercatino dell’usato decine di libri (doppioni, non letti, non voluti) scoprendo che c’è chi li vuole e che la mia libreria ha ancora spazio, non devo comprarne una nuova!

– ho scoperto che metto sempre lo stesso paio di scarpe (comode per camminare). Ne ho una versione estiva (sandali francescani di nota marca tedesca che il mio vicino di scrivania guarda sempre con disprezzo e definisce “antistupro”) e una invernale (tipo anfibi da motociclista, ne ho tre paia tutti uguali e tutti che imbarcano acqua quando piove). Nonostante ciò non riesco a buttare le scarpe comprate e messe una volta che tanto mi piacciono e che, soprattutto, sono da “donna”. Ma ce la farò.

– ho scoperto di possedere una quantità di oggetti di nessuna utilità pratica, di nessun fascino estetico, di nessun valore affettivo. Fanno bella mostra di sé sempre al mercatino dell’usato. Qualcuno li apprezzerà più di me.

– ho scoperto che al mercatino dell’usato si fanno ottimi affari: servizio di bicchieri da vino praticamente nuovo e bellissimo a 8 euro. Sono fiera di me e dei miei risparmi.

– ho scoperto di avere una compulsione per le borse. Devo arrivare ad averne due, una estiva e una invernale. Bastano e avanzano!

– ho scoperto di non potermi permettere l’iscrizione ai siti di vendite online. Sono compulsiva, di natura.E appena vedo un’offerta penso che se compro, risparmio. Quindi compro, spendendo comunque di più, perché senza offerta non avrei comprato affatto. Quindi mi sono cancellata da tutte le mailing list e vivo serena, senza bisogni indotti!

– ho scoperto (su uno di questi siti di svendite online) che esistono creme antirughe da 696 euro (scontate, a prezzo pieno sono 870 il barattolino da 50 ml) e che mi tengo le rughette, grazie!

– ho scoperto che ricevevo circa 300 mail al giorno per lavoro, quasi tutte inutili e che cancellandomi da questa mailing list mi sento meglio.

– ho scoperto che la risorsa per me più preziosa è il tempoche riesco a mantenere vuoto, dentro di me. Semplice, no?

Management stress?

Nel 2020 una delle maggiori cause da assenza dal lavoro sarà lo stress. Lo sostiene uno studio presentato ad una conferenza sulla salute, la sicurezza ambientale e il lavoro, organizzata dall’associazione italiana degli igienisti industriali, Inail e Ispesl. Non male come prospettiva, no? Forse qualche direttore del personale dovrebbe farci un pensierino.

Ma mi preoccupa ancora di più quel che sostiene Giovanni Battista Bartolucci, professore ordinario di Medicina del Lavoro all’università di Padova, intervenuto alla conferenza: le cause, dice, sono “dovute soprattutto al tipo di attività, ai conflitti con colleghi e superiori, al carico lavorativo e a cause multifattoriali legata al vissuto della persona”. Tuttavia, spiega ancora Bartolucci, “il problema principale è legato all’organizzazione del lavoro, alla capacità del management aziendale di garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori e di favorire la reale collaborazione”.

Ecco, questo secondo me è un punto centrale: carichi di lavoro, conflitti tra colleghi, disorganizzazione. Siamo proprio certi che il management con cui ci troviamo – mediamente – ad avere a che fare sia all’altezza? O non è forse che non abbiamo una classe manageriale adeguatamente preparata? Che a “garantire le condizioni ottimali per tutti i lavoratori” non ci pensa proprio e “favorire la reale collaborazione” non sa cosa vuol dire?

Tra crisi, risorse e cambiamenti di vita

In viaggio ho scelto quali vestiti (pochi) e pensieri (pochissimi) portare con me. Li ho scelti con cura. Poi, in viaggio, ho aggiunto sia vestiti (!!!) che pensieri (lievi, devo dire).

Spesso, per vari motivi, mi  sono trovata a riflettere sulla resilienza, sulle reazioni che abbiamo in momenti di crisi, sulla capacità di rendere la crisi un’occasione di trasformazione e crescita. E lo stesso facevano nello stesso momento la fondatrice di uno dei blog più letti e influenti degli Stati Uniti e il guru dello svluppo personale e del coaching. La giornalista Arianna Huffington (www.huffingtonpost.com) e Tony Robbins, che ha fatto da coach a personaggi come Mikhail Gorbachev, Bill Clinton o Donald Trump, hanno lanciato da qualche giorno uno spazio in rete (www.huffingtonpost.com/news/tony-robbins-breakthrough/) in cui parlano proprio di questo. Lui, Robbins, sta facendo una trasmissione su Nbc su persone a cui la vita “ha riservato una brutta mano di carte” (come dicono gli americani) ma che sono riusciti a non restare vittime di questo, rovesciando la situazione, usandola, facendone un punto di forza. Lei, all’anagrafe Arianna Stassinopoulos, ha appena finito di scrivere “Third World America”, in cui parla dei milioni di americani della middle class che a causa della crisi economica si sono improvvisamente ritrovati senza lavoro, senza una casa, senza la possibilità di pagare gli studi dei figli. La soluzione? Non sembra mai arrivare da un intervento governativo a favore del lavoro, per esempio, mai dall’esterno, ma sempre dall’utilizzo delle proprie risorse e delle proprie capacità, magari in una maniera innovativa. Dalla resilienza, appunto, dalla forza interiore.

Gli Stati Uniti sono il paese delle possibilità, delle chances e dell’auto-aiuto. Gli scaffali delle librerie sono incredibilmente pieni di titoli per il self-help e il miglioramento di sé e ho trovato tantissimi testi sulla resilienza. Mi chiedevo, chissà se si può insegnare, chissà se un libro aiuta. Secondo me sì, a qualche livello. Imparare a cambiare il proprio punto di vista è il primo passo e che sia un libro, una persona che già ci è passata, una “coincidenza” che ci capita poco importa. Ma credo proprio che si possa imparare e che, in un momento di crisi globale come questo, sia fondamentale farlo.

Felici al lavoro?

Un modo c’è.

E non ha niente a che fare con cose tipo avere una promozione, vedere il collega antipatico trasferito dall’altra parte del mondo, pensare positivo o cose così. Grazie a un articolo su Forbes (http://bit.ly/bT68Ci) ho scoperto che il professor Srikumar Rao (di cui avevamo parlato qui http://bit.ly/d1t56n) ha scritto anche un libro, dal meraviglioso titolo “Happiness at work”. In sostanza, il lavoro perfetto non esiste. Si tratta di come lo viviamo. E non si tratta di avere una visione positiva su qualcosa che non ci piace, si tratta piuttosto di evitare di giudicare gli eventi come positivi o negativi in assoluto, ma di imparare a considerare che il nostro giudizio è limitato: eventi passati che lì per lì ci sono sembrati disastrosi e possono averci fatto disperare, spesso ci hanno portato inaspettatamente a situazioni positive. Insomma, la nostra ambizione non deve essere ristretta al piccolo, alle quattro mura in cui lavoriamo, ma deve avere un più ampio respiro. In qualche modo, facciamo più grande di un disegno più ampio.

E Rao, ricordiamocelo, parla al super competitivo mondo del lavoro made in Usa.  Solo questione di saggezza orientale? Sarà. Io sottoscrivo.

Il senso del viaggio, per me

Così bello non me lo immaginavo. Ho sempre detto, credendoci fermamente, che conta più il viaggio della meta, che è il percorso che da’ il senso, non tanto il punto di arrivo. Ma questo, di viaggio, me lo ha fatto capire nel concreto, me lo ha proprio dimostrato, più di molti altri. Sarà perché abbiamo fatto 2900 chilometri in auto e di tempo per pensare ne hai molto; sarà perché strade deserte come quelle ti fanno sentire piccola, ma ti fanno anche pensare che tutto è possibile; sarà perché quando si cambia scenario così tanto si cambia anche più facilmente il proprio punto di vista sulle cose e sulle persone; sarà che alcuni scenari ti arrivano dentro più di altri e ridimensionano ansie e paure e le cose difficili sembrano più facili e alcuni nodi si sciolgono inaspettatamente. I pensieri non sono più affannati ed ossessivi, scorrono liquidi, leggeri.

Fatto sta che, dopo questo viaggio, LO SO che il viaggio ha senso in quanto tale, non tanto per dove si va.

E ora si parte!

Death Valley Street Panorama by matze_ott on Flickr

Mi immagino strade lunghe, calde e deserte.

Lunghi tragitti in auto, che ci si ferma quando ci va.

Cerco pensieri, riflessioni e anche quel senso di libertà.

Perché spesso ci servono strade così per sentirci completamente liberi. E ritrovare piccole parti di noi,che magari abbiamo un po’ trascurato.

Insomma si parte!!!!!!!!!!!!!!!!!! 🙂