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Se il problema è essere donna

Un ministro pone un tema politico all’interno del Governo e non si riconosce nel partito di appartenenza. Che succede?

Il presidente del Consiglio, interpellato, risponde: “Non sono pentito di avere puntato su donne al Governo”. Ecco. Il problema, quindi, riguarda il fatto che il ministro in questione è donna. Non il merito delle questioni proposte. “C’è chi critica – va ancora avanti – il fatto che si siano attribuite a delle donne tali possibilità e responsabilità” (giuro, lo ha detto! Donne ministro? Pazzesco!), ma lui no, grande difensore delle donne in politica, queste critiche non le accetta. Sapete perché? “Perché le donne ci credono fino in fondo. Non c’è professionalità politica (…), ma tanta dedizione al lavoro, passione, sensibilità ma poi serve anche il compromesso politico”. Poi, sai che c’è, “le donne portano nella politica quella attitudine che è loro propria, l’istinto di andare dritto alla soluzione, senza marchingegni di ragionamento”.

Certo. Istinto, non ragione. Tipico delle donne. E degli animali.

 

Non siamo tutti uguali

Viaggio in treno, solita tratta Milano-Roma. Uno dei peggiori della mia storia di pendolare. Mi trovo circondata da tre (gli scompartimenti dei treni AV sono gabbiette da quattro) baldi giovani lombardi. Avranno avuto 25 anni, ne dimostravano 50 (portati male) per abbigliamento, pose, linguaggio.

Il primo si atteggiava a supermanager, urlando nel blackberry in continuazione senza apparente motivo, simulando ad alta voce coinvolgimenti e interessi in scandali finanziari più o meno reali. Nel corso delle tre ore di sproloquio che ha inferto a me e ai suoi amici una chicca: “Hai visto? C’è Obama che pulisce i cessi dei treni! ahahah Che palle ‘sti negri, sì si sa che sono razzista” e, al telefono, “Nonna! C’è la schiava da te? Fagliela vedere!” riferendosi alla badante peruviana. L’apoteosi quando ha scoperto un difetto nel maglioncino in cashmere blu che aveva indosso: “La schiava che mi ha rovinato il maglione in lavatrice, guardate qua!!!”, ha gridato furioso. Ah, ogni tanto urlava al telefono anche col papi. Chiamandolo “Uè paaapi!!!”.  Sembrava il cattivo di un film di Jerry Calà degli anni ’80, il figlio antipatico del proprietario della fabbrichètta, per dire. Anche un tantino ipercinetico, che scuoteva violentemente l’amico seduto vicino a lui che tentava di dormire.

Io, tra Milano e Bologna, li guardavo attonita, allibita e sprofondata nella poltrona, col desiderio di essere altrove e una rabbia che montava.

Interessante anche il mio vicino: ci mancava poco mi desse del voi, viaggiava impettito e tronfio, sciorinando le sue entrature politiche e il suo impegno religioso. Va a messa tutte le mattine, il giovin signore. Ma: “Eh sì, la vecchia l’altro giorno è venuta e mi ha detto se potevo farla sedere lì, che era il suo posto alla messa del mattino. Eh eh, gliel’ho spiegato: cara signora, visto che ancora per legge i posti in chiesa non si comprano lei si siede altrove oggi! Eh eh eh!!”. E poco dopo: “Eh no! A quella bonza tibetana di merda mica gliel’ho dato il segno della pace in chiesa!! Eh eh eh”. E sorrideva comprensivo all’amico razzista: “Eh no dai non dire così”. Caro, il timorato di Dio, che ha passato il tempo ad elencare i nomi dei deputati, senatori o portaborse con cui era in stretti rapporti (fortunello!), motivo per cui i tre si dirigevano a Roma: il giro delle sette chiese della politica.

Tra Firenze e Bologna è iniziato il mal di testa. Non riuscivo a star ferma, a stento riuscivo a non urlare. In dubbio se volare fuori dal finestrino o sparire e diventare parte dello schienale. Furiosa ma anche incapace di dire qualsiasi cosa!

Il terzo era innocuo e silente. A parte una dichiarazione importante: “Ah io gli States li conosco meglio di casa mia”. Ovviamente.

Tra le mille deprimenti e vergognose idee che hanno tirato fuori nelle tre ore di viaggio più pesanti della mia vita, su una cosa questi tre geni erano concordi. Sulla loro massima ambizione: diventare sottosegretario. Di qualsiasi cosa, di qualsiasi colore, ma sottosegretario. Che voglio dire, in questa fase politica la dice lunga.

P.S. Sono tornata a casa arrabbiata. Ho cercato un po’ su Internet. Uno dei tre, il timorato di Dio, è il rappresentante del Pd di un piccolo comune in provincia di Lecco. Siamo a posto.

Tra lei e il suo futuro

Alla fine dell’evento una delle tante ragazze è più audace delle altre, si fa largo tra la folla sgomitando decisa, le labbra carnose, i capelli lunghi freschi di parrucchiere, gli occhi imploranti… ad un certo punto impreca a denti stretti, dall’alto dei suoi tacchi 12: “Giornalisti, razza di merda”.

L’evento non è un casting ma l’ennesima presentazione (!) dell’ennesimo libro (!!) dello stesso autore (!!!!), in cui il protagonista è LUI.  E l’occasione è quella giusta per una ragazza così, perché se LUI ti vede ti cambia la vita da un momento all’altro. Guarda come mi sono messa in tiro, guarda che occhi, guarda che tacchi, guarda che bocca, altro che veline… e ho anche una laurea triennale, voglio dire, se mi vede mi mette in lista di sicuro!

Peccato che tra lei e il suo futuro da deputata (e che ne sai, magari anche ministro) ci siano questi qua, giornalisti, che pretendono pure di lavorare, e non permettono che lui mi veda, con questi taccuini, microfoni, penne, tutto ‘sto casino ma tanto scrivono tutte balle… “Giornalisti di merda! SILVIOOOOOOOOOOOO”.

Ecco io, che ovviamente ero tra coloro che la separavano dal suo sogno, ho dovuto soffocare un violento istinto omicida. Stavolta ce l’ho fatta, ma non posso assicurare niente per il futuro.