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Blackbird, se il teatro indaga nella mente (spoiler)

Non mi era mai capitato di avere a che fare con un testo così pulito su un tema così doloroso. Non c’è niente di più doloroso della violenza sui bambini, che mette in luce tutta la loro fragilità, impotenza, dipendenza. Pochi altri temi fanno sentire così forte non solo il dolore ma anche il senso dell’ingiustizia. Per questo è difficile parlarne.

“Blackbird” è un testo di cui avevo sentito parlare, ma non l’avevo letto né visto in scena. E’ perfetto. Obiettivo, ricco, pieno di sfaccettature, con una perfetta scenografia coinvolgente. Ti senti parte della storia raccontata dai due personaggi in scena dall’inizio alla fine. Perchè il racconto è reale, sincero, vero, privo di ipocrisie. Lei, una giovane donna, affronta l’uomo che quando era dodicenne (15 anni prima) aveva abusato di lei, per tre mesi. Poi lui era stato processato e condannato a sei anni di carcere. Nell’incontro dei due c’è tutto. Non ci sono la vittima e il carnefice, per lo meno non solo. C’è tutto il percorso dei due, a ritroso. Ci sono due vite, senza giudizio. Pur sempre due vite.

E il racconto viene fatto emotivamente a ritroso, dal distacco e dalla condanna dell’oggi, dalla rabbia e dall’odio elaborato, frutto degli anni e dei lavori dei terapeuti, si passa al racconto di ciò fu subito “dopo” e si arriva senza soluzione di continuità ma con una grandissima sofferenza a parlare di “amore”, per entrambi, fin quasi a ritrovarlo, quell'”amore”. Che in realtà era malattia, ma tanto bene è raccontato che quasi non lo sembra… Quasi, però. Perché per esempio la bambina che era, donna di oggi, da lì non si è più staccata realmente, una vita non riesce a ricostruirsela e l’abbandono di allora ancora ferisce. Perché l’uomo, in fondo, l’orrore compiuto non lo ha mai capito e oggi pensa alla sua vita ricostruita, ai suoi diritti, a ciò che “dopo” è riuscito a ricreare.

A far tornare “l’amore” (tra virgolette) nei ranghi della malattia ci pensa il breve ingresso in scena di una bambina, che gioca ride salta e scherza come una bambina fa. E come un’altra bambina non ha potuto più fare. Mai più.

Basta vederla, una bambina, per avere ben presente, come un pugno nello stomaco che poi non passa, di cosa stiamo parlando.

p.s. Blackbird di David Harrower è al Piccolo Teatro Studio di Milano, con Massimo Popolizio e Anna Della Rosa. La regia, perfetta, è di Lluís Pasqual.

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Sarà la facoltà?

Metti che uno decide di fare l’università anche se è già laureato e lavora, metti che uno studia a spizzichi e bocconi quando capita, metti che ogni contatto con l’università ti mette di fronte ad una giungla di ventenni e ti ricorda che da quando ci andavi tu ne sono passati quasi altrettanti…

Metti che poi, nonostante il periodo infernale, decidi di dare un esame. Poi la metro non passa, l’autobus incappa in una manifestazione, tu arrivi giusto in tempo, corri verso la facoltà e ti rendi conto che non hai preso nota dell’aula. Chiederò, pensi. Allora arrivi, correndo, provi nell’aula dove ci sono in genere gli esami ma niente. Oggi, proprio oggi, c’è l’esame di stato. Corri, ancora, per le scale e chiedi all’usciere. Ti guarda come se gli avessi chiesto di enunciare il teorema di Euclide al contrario. “Vada lì, in quella stanza col citofono, magari lo sanno”. Magari. Arrivi alla stanza con citofono, suoni e affannata chiedi: “Mi scusi, mi sa dire dov’é l’aula dell’esame di psicobiologia?”. “Cheeeee? Psicologia?” mh no, quella è la facoltà, dico “L’esame di P-S-I-C-O-B-I-O-L-O-G-I-A”…. “Aaaaaaah, no guardi deve guardare sul sito”. “SUL SITO?? MA IO SONO QUI!!! MAGARI E’ AL PIANO DI SOPRA E DOVE VUOLE CHE LO GUARDI???” “Eh sul sito…”. Certo, torno a casa, vado su Internet e poi torno, con calma, a fare l’esame (perché col BlackBerry il sito non si apre, ovviamente).

Comunque, alla fine, non so come, scopro qual è l’aula. Ma sono tutti fuori, aspettano. Perché dentro c’è una ex professoressa, unpo’ matta, che va in giro dando lezioni d corsi fantasma a chi capita, tutti lo sanno… “Ditele sempre di sì”, dice compassionevole un tutor.

Ma dite che è perché mi sono iscritta a psicologia o è così ovunque?

Se la crisi non è solo economica

Il costo della crisi non è elevato solo a livello economico ma comporta una serie di preoccupanti conseguenze a livello psicologico. Le ricerche degli ultimi due anni mostrano come, al crescere del numero dei senza lavoro, si registri un aumento dei suicidi e delle diagnosi di depressione, ma anche di casi di ansia, paura del futuro, bassa autostima, vergogna. Perché perdere il lavoro mette gravemente a rischio la propria identità.

Ho provato a fare il punto della situazione, qui: http://bit.ly/ao5gGO

Non è il mezzo, ma come lo si usa

Da sempre grandi discussioni con il marito ipertecnologo su benefici/malefici delle tecnologie (videogames inclusi) dal punto di vista degli effetti sulla vita quotidiana e sul fronte psicologico. Approfondirò, magari, ma su una cosa alla fine siamo d’accordo: non è il mezzo a far bene o male, ma come lo si usa, la variabile fondamentale è l’individuo, non la macchina.

Oggi su La Stampa: “Ma Internet ci rende stupidi?” http://bit.ly/aty7iY Sempre più neurologi e psicologi mettono in guardia dal bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno. È stato calcolato che chi usa un computer in ufficio cambia schermata o aggiorna le e-mail in media 37 volte all’ora, una ogni due minuti. Nicholas Carr nel suo ultimo libro The Shallows, What the Internet is doing to our brains afferma che nell’arco di pochi anni rischiamo di essere tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti.

Ecco, posso dire di essere d’accordo! Non penso che la strada sia inevitabile, né che sarà così per tutti ma, appunto, che dipende da come il mezzo lo si utilizza, da quali limiti ci si autoimpone (se ce n’è bisogno). E sono d’accordo – copme conclude anche l’articolo – sul fatto che i vantaggi portati da Internet sono senza dubbio maggiori degli svantaggi. Detto questo, “Nicholas Carr suggerisce di imparare a liberarsi ogni tanto dalla dipendenza, riconquistare tempo e spazio, crearsi una disciplina mentale che ci consenta un periodico distacco dalle tecnologie senza subire attacchi di panico. E di riprendere in mano più spesso quello che è stato per secoli il funzionale supporto del pensiero profondo: la vecchia carta di libri e giornali”.

Ma l’università… è questo?

Mica lo so se ho l’età. Voglio dire, l’età c’è sempre per rimettersi a studiare. Ma per avere a che fare col sistema universitario italiano non so… forse anche no.

All’esame l’assistente ci ha detto di non consumare troppa carta: non ne hanno, non ci sono i fondi. “Quindi scrivete anche sul foglio delle domande, piccolo se riuscite…”. Lasciando da parte che anche lei probabilmente viene pagata (se viene pagata) una miseria e con ritardi vergognosi, mi sono ritrovata in un sistema antico, farraginoso, burocratico, faticoso e affaticato, in cui molti di buona volontà si fanno in quattro perché tutto funzioni (ho trovato assistenti, tutor e diversi professori molto disponibili e presenti), con altrettanti che non ci sono, fingono di non esserci, se ci sono si nascondono e se possono non fanno.

A questo, si deve aggiungere l’obsoleto sistema “baronale” che regna nella maggior parte delle università italiane, con professori che ormai si parlano addosso, che non hanno mai fatto e non fanno ricerca (anche perché i fondi sono quello che sono, questo va detto), con esperienze di confronto internazionali spesso nulle.  In più, mi sono trovata ad avere a che fare con alcuni libri di testo, obbligatori per l’esame, evidentemente stampati solo perché il professore titolare della cattedra nonché autore potesse inserirli nel programma e quindi venderne quel tot di copie. Perché altri motivi non ce ne sono se si considera il linguaggio volutamente criptico (più è scritto difficile più dice cose importanti? ne dubito!), l’aggiornamento a dieci anni fa (ma il libro è stato ristampato quest’anno, quindi lo devi prendere nuovo!), l’assoluta noncuranza per il lettore (anche se è dedicato a studenti, in teoria, non spiega ma dà per scontato)… Ecco, io nel mio lavoro quando mi trovo di fronte a persone che comunicano così il loro sapere in genere ho dei moti di rabbia, incalzo, mi innervosisco. Lì non posso fare lo stesso. E se a 20 anni quello era il mio scopo e bene o male accettavo tutto quello che mi propinavano, beh oggi no!

Guardo tutto questo sgomenta e mi chiedo: ce la farò? Ce la farò a prendere quel che mi serve, che mi piace e che voglio lasciando andare tutto il resto? Ce la farò a non entrare in conflitto? Calcolando che l’obiettivo primario è la serenità e la riconquista di me e del mio tempo devo stare attenta, moooolto attenta… 

Signora mia

“Scusi, lei a che anno è iscritta?”.

No vabbè, a questo non ero pronta. Vabbè che era una ragazzina e avrà avuto 19 anni, vabbè che io ne ho 35, vabbene tutto. Ma il lei no. Non all’università, non seduta sul muretto, non mentre aspettiamo come due pari di entrare all’esercitazione di psicologia generale.

Cioè, capita anche ultimamente che qualche ragazzino mi chiami signora, o mi dia del lei, tipo sull’autobus o sulla metro… Per carità, per un adolescente sarò una vegliarda. Però voglio dire, io 35 anni neanche li dimostro. E poi no, sull’autobus pure pure, ma all’università non ce la posso fare.

Comunque, nonostante la matricola con i ricci biondi e lo sguardo perso, la giornata è stata utilissima. Nonostante la vaga sensazione di estraneità che mi ha accompagnato per tutto il tempo che ho passato in facoltà, nonostante il fatto che mi sia resa conto di aver letto con molto interesse tutto il manuale memorizzando pero’ solo le cose che mi interessano, nonostante il fatto che per me abbinare la psicologia agli esperimenti con i ratti o i cani resti un problema enorme, nonostante ogni volta io legga del cane di Pavlov mi venga l’istinto di dargli la pappa (cicci cucci bello vieni qua!) e liberarlo, nonostante faccia una fatica immane a fare una cosa per volta (tipo studiare) per tempi lunghi(tipo oltre 45 minuti)… ho capito che ho una grande visione d’insieme, ottimo intuito e senso critico, e questo aiuta. Non a superare l’esame, perchè vista l’esercitazione se fosse domani non lo passerei.

Ma non è domani. E la vegliarda ce la farà (prima o poi!) 😉

Spiritualità e cervello

La capacità di immergersi nella meditazione, fino al punto di pensare di essere in un altro mondo, di non rendersi conto del tempo che passa. La disponibilità a sacrificarsi per un ideale, la sensazione di far parte di un tutto, la fede nel trascendente e nelle esperienze extrasensioriali. Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista “Neuron” e condotto da ricercatori italiani, ci sono delle aree del cervello il cui funzionamento potrebbe spiegare la tendenza alla spitiuralità, la nostra attitudine a superare i confini spazio-temporali del corpo.

Detto questo, dovrebbero insegnarci a meditare da bambini, a scuola. Siamo sempre meno capaci di stare fermi, di ricentrarci, di non agire. Di guardare dentro e non fuori. Non per niente si parla di “pratica”. Insomma, sicuramente il cervello c’entra, ma per come la vedo io farebbe già tanto un po’ di esercizio!

P.S. Lo studio è qui: www.cell.com/neuron/home