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La ricerca della semplicità

Che inizio d’anno zoppicante! Accelero e rallento bruscamente, faccio troppo o faccio niente, non so bene da che parte girarmi. Allora, quando è così, faccio una cosa. La faccio semplice. E quindi inizio a semplificare.

Sull’onda dell’articolo che ho postato qualche giorno fa su twitter (http://bit.ly/eExxBB) ho iniziato a semplificare dalle cose facili, così:

– ho portato al mercatino dell’usato decine di libri (doppioni, non letti, non voluti) scoprendo che c’è chi li vuole e che la mia libreria ha ancora spazio, non devo comprarne una nuova!

– ho scoperto che metto sempre lo stesso paio di scarpe (comode per camminare). Ne ho una versione estiva (sandali francescani di nota marca tedesca che il mio vicino di scrivania guarda sempre con disprezzo e definisce “antistupro”) e una invernale (tipo anfibi da motociclista, ne ho tre paia tutti uguali e tutti che imbarcano acqua quando piove). Nonostante ciò non riesco a buttare le scarpe comprate e messe una volta che tanto mi piacciono e che, soprattutto, sono da “donna”. Ma ce la farò.

– ho scoperto di possedere una quantità di oggetti di nessuna utilità pratica, di nessun fascino estetico, di nessun valore affettivo. Fanno bella mostra di sé sempre al mercatino dell’usato. Qualcuno li apprezzerà più di me.

– ho scoperto che al mercatino dell’usato si fanno ottimi affari: servizio di bicchieri da vino praticamente nuovo e bellissimo a 8 euro. Sono fiera di me e dei miei risparmi.

– ho scoperto di avere una compulsione per le borse. Devo arrivare ad averne due, una estiva e una invernale. Bastano e avanzano!

– ho scoperto di non potermi permettere l’iscrizione ai siti di vendite online. Sono compulsiva, di natura.E appena vedo un’offerta penso che se compro, risparmio. Quindi compro, spendendo comunque di più, perché senza offerta non avrei comprato affatto. Quindi mi sono cancellata da tutte le mailing list e vivo serena, senza bisogni indotti!

– ho scoperto (su uno di questi siti di svendite online) che esistono creme antirughe da 696 euro (scontate, a prezzo pieno sono 870 il barattolino da 50 ml) e che mi tengo le rughette, grazie!

– ho scoperto che ricevevo circa 300 mail al giorno per lavoro, quasi tutte inutili e che cancellandomi da questa mailing list mi sento meglio.

– ho scoperto che la risorsa per me più preziosa è il tempoche riesco a mantenere vuoto, dentro di me. Semplice, no?

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Vivere senza denaro?

Non so se si può, ma certo molto si può fare. Nel mio piccolo, in questo periodo di part time ho capito che posso tagliare di molto alcune spese senza soffrire nessun tipo di frustrazione. Certo, questo articolo di Repubblica di oggi mi apre ancora nuovi scenari, tutti da esplorare! 🙂

http://bit.ly/bHEW80

Vivere con 5.000 euro all’anno

Studia per la seconda laurea e fa lavoretti saltuari per mantenersi, ha 28 anni, vive con i genitori e spende in media 14 euro al giorno. Risparmia su tutto: per studiare libri usati, compra matite e fogli al supermercato in offerta, il panino lo compra al supermercato, le vacanze le fa in tenda cenando per sagre, film e cd li prende in biblioteca, spende 10 euro al mese di telefono e per il resto usa internet… Insomma, ha imparato a risparmiare sul serio, per inseguire il sogno. Bamboccione? A me non sembra proprio. Che vi devo dire, a me sembra mica male… L’articolo è qui: http://bit.ly/cDv39H

Aborti in calo in Italia, ma la metà è tra le lavoratrici

Notizia di ieri: diminuisce il numero degli aborti in Italia, -3,6% nel 2009 rispetto al 2008. Ma le donne che scelgono di farlo sono, in quasi la meta’ dei casi, lavoratrici. Nella relazione sulla legge 194 che ogni anno il ministero della Salute presenta al Parlamento si legge che  quasi la meta’ delle interruzioni volontarie di gravidanza riguarda donne con un lavoro: il 48,6% fra le italiane, il 46,7% fra le straniere. Solo l’11,9% degli aborti fra italiane e il 22% fra straniere e’ di donne disoccupate o in cerca di prima occupazione. Ora, lasciamo da parte posizioni pro o contro, commenti e valutazioni sul merito. Parlo dei dati che, anche senza una laurea in statistica, quanto meno colpiscono. Senza voler arrivare a interpretazioni superficiali che rischiano di essere approssimative (servirebbe per esempio un confronto con le fasce di reddito per capire qualcosa di più dal punto di vista sociale) a me ha colpito il fatto che siano le donne lavoratrici ad avere maggiori problemi nell’ipotesi della nascita di un figlio. E’ normale che chi ha un lavoro ponga il problema più di chi non ce l’ha? Funziona così nel resto del mondo? Come mai non solo le condizioni economiche ad emergere come uno dei fattori determinanti? Cosa c’è dietro?

Mi aspettavo fiumi d’inchiostro e commenti oggi sui giornali: interviste, interventi di sociologi ed esperti che spiegano il perché e il percome, testimonianze di donne.

Sui giornali, solo delle brevi. E al massimo i soliti insulsi commenti pro-contro aborto. Sono perplessa.

Pur di lavorare

Io sono fortunata. Lavorativamente parlando (e non solo), mi sento così.

Resto sul tema lavoro: rispetto alla maggior parte dei miei coetanei non ho mai dovuto lavorare gratis. Magari, in dieci anni, sono stata pagata poco, all’inizio erano solo rimborsi spese, ma gratis mai. E questa è una fortuna. Perché oggi il binomio lavoro-gratis è molto comune, normale, usuale, tremendamente diffuso.

Se uno si ferma a pensarci è un assurdo: il lavoro è un mezzo di sussistenza, prima che un mezzo di realizzazione personale. Nasce quindi come modo per guadagnarsi da vivere, diventa col tempo anche molto altro (in termini di definizione del sé, riconoscimento sociale, eccetera). La sua funzione primaria dovrebbe comunque essere quella di garantire la sopravvivenza. Lavorare gratis è quindi apparentemente un assurdo, un controsenso, una contraddizione in termini.

Eppure la situazione esiste, eccome. E’ la norma, per chi oggi inizia. Si lavora gratis, si lavora sottopagati, si lavora senza prospettive, si lavora soprattutto per passione, pur di lavorare. Il che da un lato è bellissimo (c’è la parte di voglia di realizzazione di sé, la volontà, l’impegno, tutte caratteristiche nobili dell’essere umano) ma dall’altro avalla l’idea che il lavoro non sia un valore che va riconosciuto e in quanto tale retribuito, con la conseguente sparizione del confine tra lavoro (quindi retribuito) e piacere (che puo’ essere gratuito). Perché certo che si lavora per avere il denaro per la sussistenza, ma si lavora anche per piacere. O meglio, se si riesce a fare il lavoro che piace, alla sussistenza si puo’ aggiungere la realizzazione personale: il massimo, l’obiettivo di ognuno di noi! E allora si fanno molti sacrifici per raggiungerlo questo obiettivo, compreso appunto lavorare gratis, magari anche per lunghi periodi.

Mi immagino una miscela lavoro-piacere, che possono mixarsi in quantità diverse. Ad un estremo lavoro e piacere coincidono (anche se non credo si possa parlare di puro piacere se c’è anche una minima parte di dovere o impegno), all’altro sono massimamente distanti. In questa miscela ognuno mette gli ingredienti in diverse quantità a seconda delle proprie aspettative, passioni, obiettivi ma anche a seconda di ciò che la vita presenta, di ciò che banalmente capita e di cio’ che si puo’ permettere.

Mi chiedo però guardando molti miei giovani colleghi che si ritrovano ad avere a che fare con la ricerca di un lavoro oggi: quanto tutto questo si traduce poi nei fatti in mero sfruttamento da parte dell’attuale sistema lavorativo del nostro Paese? Quante volte alle esperienze di “stage gratuito” segue effettivamente la creazione di un posto di lavoro e quante invece allo stagista semplicemente si sostituisce un altro stagista, e poi un altro stagista, così all’infinito? Quante volte la buona volontà del lavoratore nell’essere flessibile e disponibile, nel mettere la passione, l’impegno, i sogni prima di tutto diventano per il datore di lavoro solo una leva di “risparmio”, con poca attenzione per la professionalità e la buona volontà di chi si ha di fronte?

Lavorare, per molti, oggi è un lusso, nonostante ciò che dica la Costituzione italiana. Sempre più si diffonde la mentalità zero diritti-solo doveri anche, inevitabilmente, tra i lavoratori.  Per questo penso che, come al solito, sia molto importante la consapevolezza. In questo caso la consapevolezza di cosa si cerca nel lavoro e dal lavoro (solo sostentamento? realizzazione personale? relazioni? e in che misura?) per capire quali compromessi accettare e quali invece non accettare (in termini economici, per esempio), con l’obiettivo del proprio benessere.

P.S. E, per continuare a riflettere, qui, per esempio, meglio precari, ma con passione:  http://bit.ly/dkYePA

Se anche il capitalismo diventa zen

Niente, non riesco a trovare il link all’articolo di Repubblica, ma è di Federico Rampini (chi altri? :-)) e si intitola “L’America scopre il capitalismo dal volto zen”. Era ora, dico io! Perché la strada è tornare all’essere umano, ricominciare da lì. E dalla saggezza orientale.

Così negli Stati Uniti, sarà per la crisi, sarà che il modello anni 80-90 scricchiola, gli economisti rivedono le proprie teorie e sottolineano l’importanza del benssere sociale. A partire da Randy Komisar, ex cervellone della Apple che insegna alla Business School di Standford. Komisar spiega ai suoi allievi che nella Silicon Valley domina il “Piano di vita differito”: prima devi diventare ricco, poi passi a fare quello che vuoi veramente, a realizzare la tua personalità più profonda. “La verità – dice – è che pochissimi arrivani alla seconda fase. E anche quei pochi fortunati hanno speso così tanto di sé che non sanno quello che vogliono”. La soluzione? Puntare sulla vita qui e ora, facendo adesso qualcosa di buono per sé, che valga la pena.

Poi c’è l’indiano Srikumar Rao, che tiene alla Columbia Business School un seminario dal titolo “Creatività e padronanza del sé”. Rampini, nell’articolo, cita alcune delle perle tratte dai suoi corsi, come: “Puoi avere un certo livello di controllo sulle tue azioni ma quasi nessun controllo sui loro risultati. Se condizioni la felicità ai risultati ti condanni alla frustrazione”.

Ecco, leggendo mi sono quasi commossa. Abbandonare il controllo ossessivo (o meglio l’illusione del controllo) per concentrarsi su ciò che realmente conta, evitando così la frustrazione che ne deriva e guardando al benessere e alla felicità. Un altro economista citato da Rampini è Robert Skidelsky che sta per pubblicare un saggio dedicato all’economia della vita buona, in cui sostiene che la ricchezza è un mezzo per raggiungere un fine, una vita decente e appagante. E questo obiettivo si perde di vista facilmente nelle società come la nostra, che spingono all’accumulazione senza limiti, assolutamente irrazionale.

Questo articolo (che mi ha illuminato la giornata, che ho evidenziato con giallo brillante e mi accingo ad appendere dietro alla scrivania a beneficio dei colleghi) mi ricorda che ho scelto la strada giusta. Che mi sto prendendo cura della mia vita attuale, di me e del mio benessere. E che, nonostante intorno a me in molti non capiscano, non approvino o magari critichino, non importa. Insomma, io lo so, però ogni tanto qualche segnale di conforto come questo fa bene! Se trovo il link all’articolo lo posto!!

Il valore di un esame

Mi lamento, mi arrabbio, mi indigno.

Pratica amministrativa per il riconoscimento degli esami all’università: già laureata in giovane età, mi vengono riconosciuti un po’ di esami dalla laurea precedente, seppur risalente a una decina d’anni fa… Ottimo! La montagna da scalare sembra poco poco meno alta… Poi c’è l’esame che avevo sostenuto quattro anni fa nel mio primo tentativo di seconda laurea (!)… nessun dubbio, questo è proprio lo stesso esame, fatto da poco, stesso programma.

“No guardi, non glielo possiamo riconoscere perché lei poi ha fatto la rinuncia agli studi da meno di due anni e quindi non si puo’ fare”. Ehhhhhh? Ci ho messo un paio di giorni solo per capire cosa voleva dire.

“No anzi, glielo possiamo fare, si si glielo riconosciamo, ma deve pagare 250 euro per ogni anno che non è stata iscritta, quindi sono 750 euro”. EEEEEEEEEEEHHHHHHHHHHHHHHHHHH???????????

Non ci volevo credere! Non ho capito niente, la ratio delle regole è ignota pure al povero impiegato che le deve applicare… ma tant’è. Se volevo che a psicologia a Roma mi riconoscessero l’esame di storia della psicologia sostenuto a psicologia a Milano avrei dovuto pagare 750 euro. 750 EURO.

“Guardi, ha pure preso 18, non so se le conviene…”. Ma neanche per un 30 e lode, francamente… Ci andrò in vacanza, con quei 750 euro 🙂